FESTIVAL DI ROMA 2013 – Come il vento, di Marco Simon Puccioni (Concorso)

come il vento
Tratto dalla storia reale di Armida Miserere, direttrice penitenziaria che negli anni novanta girò tutta Italia, vivendo in un mondo totalmente maschilista e crudele. Questa volta, probabilmente grazie alla potente vicenda umana di fondo, il cinema di Puccioni si fa più asciutto, riuscendo a combinare gli elementi più intimi con gli aspetti sociali conseguenti

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come il ventoSarebbe troppo facile e probabilmente particolarmente odioso, ironizzare sul titolo, “perchè vento sono stata” dice in fondo alla storia Armida Miserere. Al vento potrebbe essere liberata l'opera del regista e documentarista Puccioni, romano di nascita, ma formatosi professionalmente a Los Angeles. Folgorante fu il suo esordio nel 2002, Quello che cerchi, caldeggiato fortemente all'epoca da Nanni Moretti. Ma da ricordare ci sarebbero almeno altri due titoli: Riparo del 2007, presentato nella sezione Panorama di Berlino e il documentario Il colore delle parole, del 2009, girato tra il Camerun e l'Italia e presentato a Venezia. Si diceva troppo facile appunto, ma soprattutto ingiusto in questo caso. Come il vento si poggia su una storia forte e di grande impatto emotivo. Tratta la vicenda reale di Armida Miserere, direttrice penitenziaria che negli anni novanta girò tutta Italia, vivendo in un mondo totalmente maschilista e crudele. Morta suicida nel 2003, Armida Miserere ha vissuto un unico grande amore, quello per l'educatore carcerario Umberto Mormorile, assassinato in strada a Sulmona nel 1990 da due sicari della criminalità organizzata, perchè non corruttibile.

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È anche la storia di una donna guidata dal suo senso di giustizia e dal suo dolore interiore, che visse e morì per il suo lavoro. Una delle prime donne a dirigere un carcere in Italia (è stata a Lodi, Pianosa, Sulmona, Palermo) ed ha saputo affermarsi in un ambiente ancora militarizzato. Fattasi la reputazione di “dura”, alla fine ha sofferto l'impossibilità di avere giustizia e probabilmente il desiderio di raggiungere l'unico uomo che ha amato veramente, l'hanno portata a prendere una decisione lucida e terribile per liberarsi definitivamente da un'esistenza ormai insopportabile. L'intenzione dell'autore, che sembra alquanto evidente, non era di celebrare la vita di un'eroina, ma raccontare una donna comune, forte e fragile, capace di non rinunciare alla propria femminilità. Una donna dello Stato, capace di un gesto estremo come se fosse un sacrificio d'amore, ma allo stesso tempo, una sorta di vendetta. Solo chi è vivo può morire e, come il vento, continuare a vivere libero. Per una volta, grazie alla potente vicenda umana di fondo, il cinema di Puccioni si fa più asciutto, riuscendo a combinare gli elementi più intimi ed emotivi con gli aspetti sociali di impegno civile conseguenti. Su questo non c'è alcun dubbio. Ma certo non si possono trascurare, ancora una volta, le falle italiche che puntualmente rendono più o meno riconoscibile il nostro cinema.

 

come il ventoDove non arriva la sceneggiatura si eccede in gesti e recitazioni teatranti. Come lo strattone che riceve la direttrice durante una perquisizione o lo sputo di un detenuto. Tanto per citarne solo alcuni tra i più emblematici. Armida è stata piegata non dal suo lavoro in sé, ma dall'impossibilità di realizzare i suoi sogni romantici. L'oppressione claustrofobica che avrebbe dovuto dominare l'intero intreccio, l'intera rielaborazione dei fatti, paradossalmente risulta essere più ad appannaggio della condotta attoriale di Valeria Golino e Filippo Timi, da quella loro irrequietezza di fondo che si fa stavolta fondamentalmente disagio, scarsa aderenza. L'intermittenza è il comune denominatore di Come il vento: la tentazione di osare visivamente, come in passato o nell'incipit fuori fuoco, e la consapevolezza di non tradire la storia umana, di non confonderla tra i riverberi di un cinema più comunemente estetizzante. Perchè a fine proiezione si ha un'assurda sensazione reazionaria del passato? Quel passato che si fa racconto fatto ogni giorno a noi stessi. Forse perchè non andiamo oltre una frase doverosa alla memoria di Falcone o forse perchè, in ogni modo, come il vento, bisognerebbe soffiare sul rimosso con maggiore decisione, così da smuovere la polvere dai buchi nascosti nel pubblico e nel privato. E la Via Crucis di Pasqua di Sulmona, che accudisce come un cuscino la morte indotta, è un sollievo dell'anima o il tormento della ragione? Il vuoto dentro è da colmare ancora…

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