FESTIVAL DI ROMA 2013 – Il cinema era un treno…

Snowpiercer  E’ iniziata questa ottava edizione del Festival di Roma (oppure anno 2° Era Muller, se preferite…), che sembra porsi da subito sul crinale, quasi autobiografico, della vita/morte/rinascita.  Questo infatti, a leggere le cerimonie funebri anticipate di tutta la stampa nostrana, appare come una sorta di drammatico, ludico e meraviglioso “ultimo atto”, anche se il protagonista non ne vuole poi tanto sapere di morire…

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

----------------------------------------------------------------

 

E quindi Festival “senza grandi film, senza grandi star, senza né cultura né glamour”, e con persino i politici che lo avevano sostenuto a rivoltarglisi contro, trasformando questa creatura mulleriana in una sorta di luogo sublime, tra anarchia e mercato, fuori dalla museificazione della celebrazione continua dei soliti autori e invece alla (ri)scoperta del senso profondo del fare un Festival di Cinema, ovvero lo stupore e la ricerca, l’occhio e le budella, l’alto, il basso, il fragile…

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------

 

Ed ecco un’apertura che, curiosamente, sembra rimandare a quella veneziana, dove la Gravity riportava il corpo al centro della storia, in un mondo che stava lì sotto, meravigliosa scenografia del presente,  quasi ad aspettare la nostra lotta contro la furia degli elementi della vita (aria, fuoco, acqua, terra….) che tornano dolcemente in questa funerea e resurrezionale opera(zione) che è il film coreano-hollywoodiano Snowpiercer, di Joon-ho Bong, con dietro la lunga mano di Park-Chan Wook.  E non è solo Ed Harris (qui il deus ex-machina della Storia, mentre nel film di Cuaron era la voce lontana della Base Terra) il punto in comune tra i due film, ma  la esplicita determinazione  nel voler trasformare “l’intero mondo” in un luogo spaziotemporale ormai finito, “kammerspiel” dello spazio come luogo chiuso alla vita, o contenitore in perpetuo movimento che, come la Terra, non può fermarsi pena la fine dei giochi…  Se Gravity ci riportava all’essenza della vita, il respiro, la gravità come materia legata alla terra/vita, al superamento delle derive personali verso una animalità assoluta, attaccata alla vita, quasi astratta, Snowpiercer non può, nell’anno che segnala il passaggio epocale della “fine della pellicola” non tornare alle origini per guardare il futuro, e ovviamente all’inizio, del cinema, c’è sempre un treno…

 

Un treno fatto di vagoni che sembrano quasi alludere alle tante storie possibili (sì certo, anche i livelli di un videogioco, ma questo è troppo facile…), come se l’intera Storia del Cinema attraversasse il super treno di Wilford, e ogni vagone rilanciasse un genere, uno stile, un archetipo dell’immaginario cinematografico. Che inevitabilmente, in questo “moto perpetuo”, action! perenne, non può che perire nell’”incidente del futuro”,  la catastrofe finale di un’arte che riesce a rinascere sulle sue stesse ceneri. Il cinema muore, rendiamo omaggio alla sua Storia, a cento e passa anni di pellicola (ma quanti materiali diversi…), e Snowpiercer sembra indicarci come una possibile guida per un cinema del presente, secolo XXI: non serve più correre così tanto, il “mondo è finito”, e le nuove generazioni possono riprendere a camminare e guardarsi intorno, con sguardo nuovo e curioso, mentre la neve si scioglie intorno, e gli orsi polari scalano le montagne….

 

Come un film manifesto per un Festival che si propone di posare lo sguardo in direzioni inconsuete, scegliere punti di vista meno consolidati, attraversare i confini dell’immaginario collettivo, per scaraventarci in territori, forse, ancora tutti da esplorare.