FESTIVAL DI ROMA 2013 – Incontro con Alberto Fasulo per Tir

La storia è quella di Branko, un ex insegnate di Rijeka che da qualche mese è stato assunto come camionista in un’azienda di trasporti italiana. La sua scelta, più o meno consapevole, si rivela vincente per ciò che riguarda il compenso (il suo stipendio da camionista è tre volte superiore rispetto a quello da insegnate) ma il nuovo lavoro è alienante e schiavizzante. Solo grazie all’ostinazione e alla buona volontà del protagonista assumerà dei connotati diversi.

Mi interessava raccontare questa solitudine e esplorare i limiti di resistenza di una persona che ha compiuto una scelta lavorativa più o meno consapevole e adesso ne paga le conseguenze, vivendola fino in fondo” Queste le note di regia di Alberto Fasulo che dopo Rumore Bianco torna a lavorare su un film nella realtà che parla di realtà.

 

Alberto Fasulo, dopo Rumore Bianco dove è il fiume a portare con se la storia, in Tir a fare da traino è la strada? In questo film rispetto al citato Rumore Bianco c’è più sceneggiatura. Pensi che questo abbia in qualche modo bloccato il tuo respiro documentaristico?

Assolutamente no. La sceneggiatura ha dato forza al film. All’inizio ero decisamente ansioso ma dopo una sola settimana di riprese con l’attore protagonista  Branko Završan è nata una forte empatia che mi ha aiutato molto. Abbiamo lavorato nel confine tra documentario e finzione, e dopo quattro anni di intenso lavoro abbiamo “viaggiato” assieme al film.

 

Branko Završan com’è stato lavorare in questo film così particolare e intenso?

Siamo partiti da un’idea e poi abbiamo seguito il suo naturale percorso. Come in ogni altro lavoro penso che bisogna sforzarsi al 100% o niente. Fare questo film ha significato scoprire un altro modo di vivere, un modo speciale e dunque la scelta è saltare o non saltare, e io l’ho fatto. Ho preso la patente per guidare i tir, sono stato assunto dall’azienda che si vede nel film, insomma sono completamente entrato nel personaggio.

 

Nei titoli di coda tra i molti ringraziamenti si vedono quelli rivolti a Luca Bigazzi e Vittorio Moroni. Anche loro hanno contribuito al film? Quanto tempo hai impiegato a girarlo e le riprese le hai realizzate tu da solo oppure ti sei avvalso dell’aiuto di qualcuno?

Alberto Fasulo: Luca e Vittorio sono parte integrante del mio film, in questi cinque anni hanno avuto tutto il tempo di intervenire come ha fatto ad esempio Luca contribuendo alla color correction finale. Ciò che da me e credo anche dagli altri è stato percepito è un forte lavoro di squadra, dove tutti hanno contribuito e sono stati dietro al mio desiderio morboso di realizzare questo film. L’aspetto più importante è sicuramente il contenuto e non la forma, anche nel momento in cui Branko e Maki si scambiano le borse c’è più finzione che realtà ma non mi importava molto. Ciò che conta è che lo spettatore abbia tutto il tempo di pensare al contenuto, a che cosa vuol dire crisi economica, crisi etica. Le riprese le ho realizzate da solo perché avevo bisogno di entrare in contatto col film e non potevo dire ad un operatore “cambia lente, fai questo, fai quest’altro”. La fisicità è molto importante: entrando dentro la cabina del tir creo una vera relazione.

Branko Završan: Quella scena è un pezzo di realtà. Maki che non ha mai recitato in vita sua, si è rivelato un vero dono, un valore aggiunto. Ha badato alla telecamera le prime ore e poi ha dimostrato una tale dimestichezza da sembrare tagliato per il cinema dalla nascita.

 

Cecilia Valmarana e Nadia Trevisan (produzione) come siete state coinvolte nel film?

Cecilia Valmarana: Ho conosciuto Alberto tempo fa e mi ha raccontato la storia del film, che ho trovato fin da subito molto interessante. Allora l’ho seguito per due anni, aiutando anche Nadia nel montaggio. Un ringraziamento speciale va al fondo per l’audiovisivo del Friuli: l’impegno di una regione che fa da sistema.

Nadia Trevisan: Il film l’ho seguito da subito anche perché oltre ad essere la produttrice sono anche compagna di vita di Alberto. Grazie al suo appoggio e al supporto fondamentale di Rai Cinema siamo riusciti ad andare avanti, portando a compimento la nostra idea.

 

Alberto Fasulo secondo lei nell’era del digitale ha ancora senso parlare di documentario, film o finzione? E come si pone rispetto alla dichiarazione fatta da John Landis secondo il quale oggi non ci sono più scuse plausibili perché per fare un film bastano cinquecento dollari?

Nadia Trevisan: Voglio solo dire che ognuno ha le sue definizioni e ci si rispecchia. Per ciò che riguarda il budget a disposizione, posso dire che in questo caso non è stato facile ma poi ognuno fa con quello che ha.

Alberto Fasulo: Abbiamo avuto a disposizione pochi soldi, ma dalla nostra avevamo passione e volontà. Questo vuol dire che spesso le persone possono supplire alla mancanza di fondi e questo mi fa sentire molto fortunato. Grazie anche all’apertura di Rai Cinema a film di questo tipo abbiamo assistito ad una crescita collettiva importante, anche se qualcuno ci ha detto che eravamo molto vicini all’Albania per le simili difficoltà produttive e realizzative.

 

E’ stata una scelta propriamente voluta  la quasi totale assenza di colonna sonora?

Enrico Vecchi: Sin dall’inizio abbiamo parlato del suono immaginandolo come un unico, grande spartito. Il suono ha lo stesso status dell’immagine, tutto sta a capire cosa si intende per musica.

Carlo Arciero: Nella cabina del tir arrivano suoni di continuo: dalle lingue diverse alle suonerie dei cellulari. Sono i rumori legati al mondo del camionista. In questo senso il film è tutto suono. La musica è sostanza non decoro, esattamente come i dialoghi. E con la musica bisogna stare attenti.

 Alberto Fasulo: Non abbiamo mai voluto indurre emozioni allo spettatore ma al contrario, farlo entrare nella cabina assieme al protagonista, rispettando la sua libertà di mettersi in contatto con il suo mondo.

 

Branko Završan, è stato difficile per lei imparare l’italiano o lo conosceva già?

Il mio non è italiano! Nel film si parla sloveno, croato e credo cinque parole in francese. Mi piacciono le lingue ma l’italiano non lo so parlare davvero.