FESTIVAL DI ROMA 2013 – Incontro con Hirokazu Kore-eda

Sono stati gli affetti, la famiglia, l’infanzia e l’adolescenza il motore di Alice nella Città. Dopo le proiezioni mattutine di I Wish e Like Father, Like Son di Hirokazu Kore-eda, il regista giapponese ha incontrato pubblico e stampa per parlare del suo ultimo film, che ha vinto il Premio della Giuria a Cannes 2013 entusiasmando il presidente Spielberg, a tal punto da convincerlo a girare un remake.

 

Com’è nata l’idea di un remake americano?
In occasione di Cannes ho ricevuto molte offerte, e a settembre ho firmato il contratto con la DreamWorks. Il film sarà realizzato tra uno, massimo due anni. Forse andrò a trovare Spielberg sul set, ma non aprirò bocca perché gli ho dato la mia piena fiducia. Certo, sarà difficile adattare gli elementi giapponesi al contesto americano, penso al rapporto tra moglie e marito. Il regista avrà completa libertà sotto quest’aspetto, mentre resterà fedele alla sceneggiatura.

Ha pensato agli attori americani che potrebbero interpretarlo?
Per quanto riguarda l’attore protagonista sono usciti fuori i nomi di Tom Cruise, Brad Pitt, Christian Bale. Mentre per l’altro papà siamo tutti d’accordo per Jack Black. Ma non c’è nulla di definitivo.


Ci sono elementi autobiografici nel film?

Sicuramente. Prima di tutto la nascita di mia figlia, che mi ha portato molte gioie ma anche tanti dubbi. Se mia moglie si è subito sentita madre, io ho avuto una reazione diversa, avrei impiegato più tempo per costruire un legame con lei. Dopo aver girato I Wish sono tornato a casa e mi sono reso conto che il nostro rapporto si era resettato. Mi sono chiesto quanto il mio lavoro avrebbe influito sul mio essere padre. Nel film ho quindi riproposto l’importanza del tempo trascorso con i figli rispetto alla linea di sangue. Per questo la storia si basa sullo scambio di bambini in culla.

Ha fatto ricerche su questo problema?

Mi sono documentato leggendo articoli di giornale, e ho capito che questi episodi erano ricorrenti negli anni ’70. Nel film ho voluto rimarcare la figura del protagonista che sceglie la linea di sangue e le conseguenze della sua decisione. In Giappone l’adozione è un sistema non radicato e si dà ancora molta importanza a quest’aspetto. Una delle chiavi di lettura può essere proprio il modo in cui i due padri vivono il loro rapporto col tempo: uno preferisce fare tutto subito, l’altro rimanda ogni cosa. E sono un po’ le due facce della società giapponese, legate alla ragione e al sentimento.

Cosa la spinge a trattare il tema dell’infanzia?

Non c’è un’idea che mi spinge a scegliere i bambini come tema conduttore. Piuttosto mi affascina il loro modo di guardare il mondo. Nei miei film i personaggi importanti sono i morti, che possono dare un giudizio da esterni sui vivi, e i bambini che filtrano tutto attraverso i loro occhi. Noi giapponesi vediamo la vita e la morte come due cose unite. Ad agosto, ad esempio, c’è una festività simile alla vostra, in cui ci rechiamo ai cimiteri per riportare però l’anima dei nostri cari a casa.

 

Quali sono le difficoltà a lavorare con i bambini?
È molto difficile. Da dieci anni a questa parte non do loro la sceneggiatura, cerco di tirare fuori le parole e le espressioni che usano nella vita quotidiana. Quindi anche il processo di selezione è lungo. Quando giro mi metto accanto a loro, descrivo la scena e vedo come si comportano. Un aiuto importante viene anche dagli attori che instaurano con i bambini un rapporto sincero. Tra di noi si crea un legame che va oltre l’amicizia, bisogna condividere obiettivi comuni.

Quali sono i suoi riferimenti cinematografici?

All’inizio volevo diventare uno scrittore. Vicino all’università dove studiavo c’era un cineforum. Lì ho visto due film di Fellini, La strada e Le notti di Cabiria. Ancora prima ero rimasto colpito da Fratello sole, sorella luna di Zeffirelli. Poi mi sono avvicinato al neorealismo italiano con Rossellini, Visconti, Antonioni e sono diventato un regista.