FESTIVAL DI ROMA 2013 – L'amministratore, di Vincenzo Marra (CinemaXXI)

Un personaggio come Umberto Montella, con la sua ironia flemmatica e la sua sagoma aristocratica, sarebbe potuto essere tranquillamente il protagonista di una sceneggiatura di Diego De Silva, diretta da Stefano Incerti e magari anche interpretata da Toni Servillo. Eroe straordinariamente comune, Montella, uomo senza tempo, uscito quasi allo stesso tempo dalla Napoli postbellica dei De Filippo e dalla capitale culturale del regno borbonico, possiede un fascino raro. Se fosse un ruolo di finzione, il suo creatore sarebbe un artista di raro talento. Eppure, nonostante possa sembrare pura fiction, il nostro amministratore è invece fatto di carne e ossa, sempre in giro tra i suoi condomini sparsi per la città a risolvere problemi, a pacificare liti, a riscuotere affitti. Il regista Vincenzo Marra, pupillo di Marco Muller già dai tempi di Venezia (L’ora di punta, L’udienza aperta, Vento di Terra) e oggi insignito dell’onore di aprire CinemaXXI, la sezione più cara al cuore del direttore del Festival di Roma, forse stanco dell’immagine ipocrita del post-Gomorra, che si è voluta dare di Napoli negli ultimi anni, ha deciso di raccontare la sua città in modo inedito, scoprendone il cuore pulsante. Come già mostrato da Turturro con la sua Passione musicale, Napoli è una città viva, traboccante di umanità, un luogo assurdo dove, nonostante tutto, si continua a vivere. Quello di Marra, comunque, non è un ritratto idealizzato e irreale. Da napoletano, il regista conosce bene i limiti e i difetti della propria terra natia e non si tira mai indietro dal mostrarli. Seguendo Montella tra i vicoli mortiferi dei quartieri peggiori e le vie desolanti del centro più chic, tra ex ricchi borghesi ridotti alla fame e vecchie popolane avare fino alla patologia, tra facciate fatiscenti da ristrutturare e portoni da rifare, il regista vede bene la malattia che ha colpito la città. Ciò però non toglie nulla al fatto che Marra arrivi lo stesso a raccontare la vera anima di Napoli, dimostrando che, anche oggi, ritornare alla lezione umana del teatro di Eduardo De Filippo, anche se con gli strumenti del documentario, sia decisamente necessario.