FESTIVAL DI ROMA 2013 – "L'ultima ruota del carro", di Giovanni Veronesi (Fuori concorso – Film d'apertura)

alessandra mastronardi ed elio germano in l'ultima ruota del carroOrmai è chiaro il nuovo compito del cinema italiano, quasi tutto, alto o basso che sia: quello di dimostrarci e dimostrare a se stesso che questo, in fondo, non è un paese di merda. Che, aldilà delle sue ferite profonde, delle storture grandi e piccole dei comportamenti individuali e collettivi, aldilà della corruzione e dei torti imperdonabili della politica, esiste ancora una radice sana e viva. Un paese di gente semplice e onesta, di "belle persone", come scopriva stupito Jep Gambardella, risvegliatosi per un istante dalle ombre lunghe e insopportabili della "grande bellezza".

Gianni Amelio ci aveva già provato a raccontare il suo intrepido uomo qualunque, "a lonely hero", che oltrepassa, arrangiandosi come può, con la sua onestà innocente, gli squallori di un mondo allo sbando. E ora tocca a Giovanni Veronesi seguire le avventure dolci e amare di Ernesto Marchetti, "l'ultima ruota del carro", che attraversa, tra certezze e piccoli sbandamenti, quasi cinquant'anni di storia italiana. Figlio legittimo di una Roma popolare, brusca, ma "de core", Ernesto trova a fatica la sua strada, ma riesce a mandar da solo avanti il carro, a costruire una famiglia, a coltivare gli affetti, mentre intorno a lui impazza la storia.

 

elio germano e ricky memphis in l'ultima ruota del carroÈ chiaro che il qualunquismo è programmatico, una scelta politica quasi. Ma diventa anche la strada più semplice per aggirare ogni ostacolo, evitare il rischio di un'altra prospettiva, lungo cui incontrare una figura davvero resistente. Amelio, fallendo, tenta e gioca la carta della favola. Veronesi, invece, non vuole discostarsi dalla tradizione italiana della commedia. Nulla di sorprendente: è stata sempre questa la sua dimensione. Però proprio la fedeltà alla sua ispirazione, stavolta, non gli permette di arrivare al fondo di quel che vuole raccontare, di connettere il pubblico al privato. Il suo Ernesto sfiora soltanto tangenzialmente la Storia, ma non ne è mai toccato davvero. Il suo mondo rimane intatto, immune, come fosse cristallizzato in una dimensione senza tempo, esattamente come la strada di Borgo Pio in cui vive, insensibile al passare degli anni, delle mode, delle tecnologie, dei traumi. E ovviamente, le sue vicende non diventano mai una chiave per penetrare, diversamente, gli eventi. Ci si muove per stereotipi ammiccanti e per prove di attori. Ed è chiaramente un problema della sceneggiatura dello stesso Veronesi, Ugo Chiti, Filippo Bologna ed Ernesto Fioretti. Ma è più in generale un problema di buona parte del cinema italiano, che sembra sempre arrivare anni luce dopo, come uno sguardo retrospettivo congelato (e in fondo che differenza c’è tra L’ultima ruota del carro e La grande bellezza o Reality, a parte quella che passa tra l’umiltà e la presunzione?).

 

Ma quel che davvero manca, stavolta, è quella capacità di Veronesi di cogliere i sentimenti minimi, i fremiti della quotidianità, aldilà degli stereotipi, le svolte necessarie, il già detto o il sentito dire. Orfano di De Laurentis, non scrive un altro Manuale d'amore. Nonostante il preteso appiglio alla “vita vera”, nonostante la grande prova di Germano, il suo Ernesto Marchetti si è già visto vivere, invecchiato già prima del tempo, proprio come il trucco inverosimile dei protagonisti. E il film non riesce mai davvero ad accordarsi alle emozioni che vuole raccontare, a parte brevi momenti felici, come lo sguardo in macchina piangente di Haber o il doloroso silenzio in spiaggia.

Sì è questa “l’Italia che ci piace”, come dice Marco Risi nello splendido Cha cha cha (la vera grande bellezza). Ma qui la intravediamo solo per pochi istanti. Povero Moro.