FESTIVAL DI ROMA 2013- The Green Inferno di Eli Roth (Fuori concorso)

the green infernoDopo Quentin Tarantino, il suo seguace Eli Roth. Il recupero del cinema di genere passa anche attraverso il sergente Donowitz di Bastardi senza gloria e il regista dei due Hostel. L'ispirazione e l'omaggio più evidente di The Green Inferno è Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato. Ma, come ha ammesso lo stesso regista si passa anche per Lucio Fulci, Sergio Martino, Mario e Lamberto Bava e Dario Argento. E qui va senza freni. Facendo di ciò che può essere disgustoso un segno determinante. Vomito, feci, corpi tagliati e smembrate, teste mozzate appese.

Justine si unisce a un gruppo di giovani idealisti capitanato dal carismatico Alejandro che organizza spesso delle manifestazioni di protesta davanti a casa sua che le impediscono di dormire. Con loro raggiunge il Perù. Lo scopo è quello di impedire la distruzione di una parte della giungla che porterebbe all'estinzione di una tribù locale. Ma sarà proprio questa il peggiore nemico dei ragazzi. Dopo un incidente aereo, i superstiti vengono catturati, imprigionati e pronti per diventare il loro cibo.

the green inferno2Il luogo incontaminato si trasforma ancora in un inferno, in questo caso un inferno verde. E si vede come siamo lontani, pur avento lo stesso titolo, da quei terreni del cinema d'avventura tra gli anni '30 e '40 del cinema statunitense come nel caso di un film nascosto e da recuperare di James Whale, Green Hell del 1940 che vedeva tra i protagonisti Douglas Fairbanks jr., Joan Bennett e George Sanders. E lo schema del suo cinema, viene replicato sotto forme diverse. Con dei ragazzi che arrivano in un posto affascinante che ben presto per loro si trasformerà in un incubo come lo chalet di montagna di Cabin Fever e la Slovacchia di Hostel ed Hostel: Part II. Quindi due parti contrapposte. Prima e dopo il viaggio. Dove il veloce frammento quasi da teenageer-movie, con accenni di seduzioni, con Justine (interpretata da Lorenza Izzo, figlia della modella cilena Rosita Parson) che sembra invaghirsi di Alejandro e citazioni del proprio immaginario (il manifesto di Betty Blue di Beneix nella camera da letto della ragazza) cede il posto al cannibal-movie. Eli Roth segue tutti i meccanismi della tensione, si rifiuta intenzionalmente di stare dalla parte di quasi tutti i suoi personaggi (anzi, li detesta amabilmente) e realizza un film tutto d'impeto, con corpi che volano dall'aereo o progressivamente martoriati, dagli occhi, dalle braccia, ricoperti d'insetti. Quello che c'è dentro è annunciato già dall'inizio, nellele inquadrature dall'alto della foresta di The Green Inferno, quasi speculare a quelle dell'incipit dell'ottimo Sex Crimes di John McNaughton.

Il cinema di Eli Roth non si prende sul serio e neanche gli interessa. Ma proprio per questo non si ferma davanti a niente. E ciò che è rivoltante e disgustoso produce dall'altra parte effetti comici devastanti: la ragazza vegana che si rifiuta di mangiare le frattaglie di maiale, poi si taglia la gola e viene riempita di erba dagli amici per fare uscire fuori di testa la tribù è da sballo. Sarà pure scemo The Green Inferno ma è divertente da morire. E l'immagine del giaguaro nero che veglia sul luogo è l'invenzione di un film molto più ricco di quello che sembra.