FESTIVAL DI ROMA 2013 – Volantin cortao. Incontro con Diego Ayala e Anibal Jofré

volantin cortaoLa realtà cilena di una società divisa in universi non comunicanti, regolati da una segregazione di carattere economico. E’ questo il mondo che, con uno sguardo dal taglio documentaristico che tenta di restituire il reale, Diego Ayala e Anibal Jofré raccontano attraverso le storie di Manuel e di Paulina. I registi più giovani del Concorso del Festival di Roma parlano di Volantin cortao, nato da un progetti universitario
 
 
 
Come è nato questo film?
Anibal Jofré – Questo film inizia come un progetto universitario, è un progetto collettivo, sviluppato con vari compagni. E’ stato un processo di ricerca molto approfondito, in modo da giungere ad un risultato che avesse la forza della realtà. Volevamo rendere vivo il racconto, per questo abbiamo lavorato sulla realtà.
 
 
Come è nata l’idea?
Diego Ayala – L’idea nasce dalla realtà appunto. Il film racconta il mondo del Cile e racconta la realtà della criminalità, non come fa la tv, che ne evidenzia solo alcuni aspetti. Per il protagonista non esiste riscatto. Volantin cortao racconta l’impossibilità dell’integrazione tra classi sociali e questo accade perché in Cile ci sono troppi pregiudizi.
Anibal Jofré – Si tratta di capire come funziona la società cilena. In Cile c’è una sorta di segregazione economica. Ognuno vive in un mondo chiuso, non comunicante. Ogni quartiere è un mondo distinto. E’ questo quello che volevamo raccontare con i nostri protagonisti, tutti ousider rispetto al mondo al quale appartengono. Per questo vagano per la città. E’ come se andassero alla deriva.
Diego Ayala – Da qui la metafora del titolo, un aquilone tagliato…
 
 
Come è stata la lavorazione del “vostro cinema del reale”?
Anibal Jofré – All’inizio ci siamo confrontanti con i nostri insegnanti, all’università. Il copione è stato scritto in team. Ci siamo confrontati settimanalmente per giungere al risultato finale. Ma anche se avevamo un copione, tutti i dialoghi del film sono spontanei, anche quelli dei protagonisti. Il copione era solo una traccia per mostrare agli attori cosa dovevano fare, poi loro hanno interagito in maniera spontanea e naturale. Abbiamo cercato in questo modo di dare al film una vita propria. Volevamo utilizzare il mezzo documentaristico all’interno del cinema di finzione, questo ci ha consentito da dare un senso di realtà al film. Abbiamo girato molto per avere un’ampia scelta, poi certo siamo intervenuti in montaggio.
 
 
Come è avvenuta la scelta degli attori?
Diego Ayala – Nel film ci sono attori professionisti e altri no. Il processo di casting è stato lungo e difficile. Altri attori li abbiamo trovati quando abbiamo preparato la parte documentaria. Abbiamo poi cercato di parlare con la gente di altri quartieri per capire il loro mondo.
 
 
Il film ricorda i fratelli Dardenne…
Anibal Jofré –  E’ vero, ma abbiamo anche guardato al Neorealismo italiano e al cinema di Sebastian Lelio. Da loro abbiamo appreso cose assai preziose.
 
 
Il finale del film è aperto. Cosa succederà alla protagonista?
Anibal Jofré – Posso rispondere solo con un grande punto interrogativo. Non spetta a noi rispondere. Il nostro film vuole sollevare domane e non dare risposte.