FESTIVAL DI ROMA 2013 – Zanj Revolution, di Tariq Teguia (Cinemaxxi)

Terza tappa dello straordinario “errare” filmico di Tariq Teguia (dopo Roma ea la n’touma e Gabbla), Zanj Revolution è un nuovo ostinato viaggio ai confini della conoscenza. Un cinema che presuppone il movimento come atto sommo di coscienza del sé, prima ancora del linguaggio, prima ancora dello sguardo. E allora: il giornalista algerino travolto dalla primavera araba non può arrendersi alla pura cronaca, deve problematizzare il fenomeno, cercare un'origine per tentare di (ri)conoscerne l’anima. Indietro sino alla rivolta degli Zanj, schiavi di colore, avvenuta nell’ottavo secolo d.c. nel sud iracheno, germe primigenio di resistenza che sopravvive ancora oggi come un eco. Perché se gli avventurieri occidentali tracciano linee immaginarie di nuovi mondi nell’Iraq macerato, come una lavagna vergine scrivibile dal gesso del capitalismo ("il mercato vince sempre"); se la Grecia è in fiamme collassata sulle ceneri della sua millenaria cultura e riversata nelle strade; le stesse strade di Siria, Egitto, ecc… forse gli echi incrociati della Storia stanno reclamando una voce e un ragionamento a monte.

Teguia e i suoi tanti personaggi configurano esattamente questa complessità. Partendo dalle mille lingue di Beirut, la Babele del XX secolo, la città delle utopie e della morte delle utopie, dove l’ultima sognatrice (una ragazza palestinese esiliata in Grecia) si reca spinta solo da un sogno. Il regista orchestra una prima parte rigorosa come una scacchiera, geografica e umana, dove più linee narrative si intersecano interfacciandosi da lontano e configurando la crisi ("il mondo sta andando in pezzi, bisogna essere suonati per attaccarsi a queste rovine"), per poi pian piano riconcedersi al movimento. L’incontro. Io cerco un nome, un volto, dice il giornalista.

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Un film costellato da finestre e vetri che riflettono e mettono in abisso ogni situazione – dal ruvido bianco-e-nero delle idee ai forti colori delle passioni –, sorretto da struggenti dettagli d’amore nel campo lunghissimo della Storia. Un film che rivendica ancora oggi il potere primigenio dell’immagine e del (falso) raccordo di montaggio come sorgente di un pensiero, di una relazione e di una dialettica con lo spettatore. Tariq Teguia cala i suoi personaggi innamorati della vita in un mondo che sembra proprio non esserlo più (ed è questa, in fondo, la vera eredità nouvelle vague al di là di ogni fatto stilistico), cercando ancora di osservare e indagare i fenomeni con lo specchio deformato del cinema (dalle avanguardie europee all’underground americano, i riferimenti ideali sono cristallini) per arrivare dritto al cuore delle cose. Resuscitando vibranti fantasmi godardiani e proiettandoli direttamente sui nostri occhi, nelle nostre private histoires, perché quel cinema, quel falso raccordo, deve diventare carne, vita e pensiero.

Beirut calamita i destini e li fonde, è un crocevia storico e filosofico. Ma da Beirut si rimbalza fatalmente in Iraq, dove il film letteralmente si apre sulle rive del Tigri, la culla dell’umanità ("ma il Tigri ha memoria?"), divenuta un perturbante cristallo deleuziano nel magma ribollente di cromature e increspature. Teguia filma i corpi persi nello spazio e negli elementi, piomba su di essi come un occhio da un altro pianeta facendoli scoprire primi nella luce e nel movimento, fantasmi in cerca di fantasmi, flebili echi in cerca di una voce originaria, romantici personaggi in cerca di un film che li ospiti ancora. Sino al limite estremo del deserto e dell’inquadratura: l’ipnotica sequenza dove gli odierni Zanj, eterni perdenti della Storia (“Saddam non ci trattava bene, e i nuovi padroni fanno lo stesso”), seppelliscono i loro morti e sopravvivono solo nel cinema. Immensa lezione sulla profondità e necessità di uno sguardo rivoluzionario (al netto di qualsiasi disquisizione ideologica, perché ben oltre ogni ideologia) da opporre a noi spettatori anestetizzati dalla superficialità politica di un’immagine ormai cronicamente incapace di pen(s)are.

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E proprio sulle soglie di questo limite estremo, ormai fragili e smarriti, “ma qui non c’è niente”, il fantasma di un controcampo finalmente si materializza, toglie la sua maschera millenaria e ci restituisce un percorso. “Non c’è niente, ma ci siamo noi!”. La Storia riparte dalle persone: cerco un nome, un volto