FIDMarseille 2020 – Visión Nocturna, di Carolina Moscoso

Il privato, il personale è politico. Sono decenni che ce lo diciamo, specie noi donne. Il cinema talvolta interviene a ricordarcelo, quando si fa viscerale, trasformandosi in strumento di autonarrazione ed autoanalisi, quando si mischia in modo indissolubile alle nostre vite e si fa diario o denuncia. Come nella visione notturna (Visión Nocturna) di Carolina Moscoso, regista esordiente cilena che ha trionfato nell’appena conclusa edizione del FIDMarseille, o come nel caso della cineasta argentina Tatiana Mazú Gonzáles e del suo Río Turbio, insignito del premio Georges De Beauregard International. Davanti alle molestie subite per le strade e nel privato le immagini vengono a sostegno là dove non arriva la voce, quando mancano le parole per paura o vergogna, nel tentativo di sfidare il silenzio e di gridare, su esempio delle femministe nelle proteste in Cile, «lo stupratore sei tu!».

La giovane Carolina Moscoso si fa carico di questa sfida e sin dal suo primo lungometraggio ci restituisce un’opera straordinaria a partire da un dramma che la tocca nell’intimo del suo stesso corpo, ovvero una violenza, mai metabolizzata prima e lasciata a sedimentare nell’oscurità, di cui è stata vittima.

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La cineasta riesce nella difficile impresa di manipolare questa materia complessa e buia con poesia, articolando la narrazione in modo rizomatico, innestando uno su l’altro linguaggi differenti. Il racconto scritto del dramma, lineare e muto, impresso sul nero dello schermo, si lascia permeare continuamente da un collage di immagini raccolte in più di quindici anni, referti ospedalieri, situazioni amichevoli e di festa, luoghi e volti, illuminati da tre luci diverse – « una oscura che impedisce di vedere, una che abbaglia ed una in penombra » – dando così forma ad un journal intime caleidoscopico dai toni insieme drammatici e allegri, mentre un va-e-vieni ondivago ci avvicina ed allontana dal nucleo centrale dell’opera, riattivando costantemente lo choc. Nell’apparente disordine, nell’alternarsi di tenebre e luce, lo straordinario risultato è esorcizzante e guaritore, come se ciò che vediamo contenesse un misterioso potenziale di farmaco.

E forse così è, con l’arte che si trova a far le veci di una giustizia negata. Infatti, davanti ai quindici anni in immagini che vediamo scorrere sullo schermo a ricostruire un universo interiore ed emotivo struggente e battagliero, l’impressione è allora quella che Moscoso, come molte sue colleghe documentariste conterranee e non, filmi in reazione alla vita.

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In risposta al crescere a più latitudini di politiche misogine ed al dilagare delle violenze troppo spesso usate in modo intimidatorio e simbolico – senza contare il trattamento infamante destinato alle vittime – queste giovani stanno trovando ed hanno trovato il modo d’esprimersi, anche grazie ad un largo e sapiente uso del materiale d’archivio, sia esso personale o di pubblico dominio. Di meta-cinema impegnato e femminista si tratta; di un riflettere singolare e corale insieme, non solo sulla società e sul mondo che noi donne ci troviamo ad abitare, ma anche sul mezzo stesso cinematografico. Perché parlare di cinema politico oggi non può prescindere da un’analisi degli strumenti di cui disponiamo.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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