American Gigolò, di Paul Schrader

Un’opera di grande consapevolezza stilistica, che articola le proprie dialettiche nella continua opposizione fra il livello esteriore della realtà e ciò che serpeggia febbrile sottotraccia

Il dato che più colpisce, scorrendo i titoli di testa di American Gigolò, è il nome di Jerry Bruckheimer alla produzione, che mal sembrerebbe accordarsi con i temi della colpa e della discesa agli inferi già esplorati da Schrader nel precedente Hardcore e riproposti anche qui: il collante fra il il produttore che ha elevato il glamour a cifra stilistica del cinema contemporaneo e l’ex sceneggiatore di Scorsese sta in fondo nel doppio registro di una storia che articola le proprie dialettiche nella continua opposizione fra il livello esteriore della realtà e ciò che invece serpeggia febbrile sottotraccia, logorando e lasciando prevalere la possibile umanità di Julian Kay. In effetti, a rivederlo oggi, dopo più di trent’anni, American Gigolò colpisce per la sua grande consapevolezza stilistica, e il fatto che sia iscritto in quel 1980 che segna il passaggio tra due decenni lo rende ancor più un manifesto di tanto cinema (e non solo) a venire.

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Julian è un segno di quella tendenza a creare icone che sarà tipica degli Ottanta, il suo passare in rassegna vestiti e cravatte anticipa figure come il Pat Bateman di “American Psycho”, di Bret Easton Ellis (che, effettivamente, poi incrocerà il suo percorso con Schrader nel recente The Canyons) e diventa l’emblema di una potenza estetica che si palesa in un mondo dove il valore merceologico è preminente. Più del modo in cui Schrader chiama in causa il denaro in quanto unico motore utile a muovere gli ingranaggi della società, è però interessante la capacità del regista di esprimere le istanze del film attraverso un preciso lavoro sugli ambienti: che sono fra i più spogli che si siano mai visti, con poca gente che vi si muove, mentre la macchina da presa carrella in modo morbido, quasi accarezzando le superfici con la stessa delicatezza con cui Julian approccia le sue clienti e con cui è a sua volta amato da Michelle, la donna che forse saprà far breccia nella sua stolida immobilità di icona esteriore. Anche quando l’appartamento viene messo a soqquadro dalla polizia, Schrader indugia sul ritratto di devastazione, con un approccio quasi “giapponese”, tipico di certe arti basate sulla disposizione consapevolmente espressiva degli elementi nel campo (si pensi all’ikebana): e quando Julian finalmente rompe suppellettili, vasi e beni di lusso, il gesto assume un valore sì catartico, ma anche dolente e idealista nella sua foga contestatoria, come solo Francis Ford Coppola era riuscito a fare nel finale de La conversazione.

richard-gere-lauren-hutton-american-gigoloPerché qui davvero gli oggetti “parlano”, in un dialogo fra il livello epidermico del mondo e quello interiore, che poi sfocia in una seconda parte meno asettica, più oppressiva, che riverbera gli umori che nello stesso anno fermentano in Cruising di William Friedkin, su strade che devono molto a Walter Hill (si cita esplicitamente I guerrieri della notte). Perché in fondo, il suo essere incastrato nel 1980 permette ad American Gigolò di essere sicuramente un apripista, come già rilevato, ma anche un epigono e non a caso nella sua estetica troviamo tanto quell’espressività “oggettuale” e glamour (alla Bruckheimer proprio) che farà la fortuna del decennio a venire, quanto il realismo spesso brutale e l’urgenza espressiva, la ruvidezza che era degli anni Settanta, dove Schrader era emerso e si era formato (pensiamo a Taxi Driver). Lo stesso Richard Gere assurge così a icona “di mezzo”, corpo da esibire sul proscenio di una ribalta che ha già bisogno di icone, eppure anche uomo in cerca del proprio sé, che nel distruggere l’appartamento sembra quasi riflettere la caduta dei sogni che erano dei giovani di Zabriskie Point. Chissà che storia staremmo scrivendo oggi se Bruckheimer avesse continuato ad affidarsi ad autori di questa levatura…

Titolo originale: id.
Regia: Paul Schrader
Interpreti: Richard Gere, Lauren Hutton, Hector Elizondo, Nina van Pallandt, Bill Duke, Brian Davies
Durata: 117′
Origine: USA, 1980
Genere: drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.33 (3 voti)
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