FILM IN TV – "Big", di Penny Marshall

Big ha rappresentato la consacrazione di Tom Hanks, attore qui capace di impersonare allo stesso tempo l’ansia giovanile di bruciare le tappe, e quella della maturità, che rimpiange invano l’adolescenza. Il film di Penny Marshall poggia sulle sue fattezze di uomo-bambino, in un tentativo estremo di fuggire il dolore della palingenesi e della trasformazione.

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RIFF AWARDS 2020
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Io non ho capito”.
Basta una battuta in una noiosa riunione aziendale per scombinare tutti i piani dell’ambiziosa New York degli anni ottanta con una dose di ingenuità infantile. Come in un paese dei balocchi (del resto, proprio di una ditta di giocattoli si tratta) insidioso, i corridoi dell'ufficio di Manhattan in cui trova lavoro sono capaci di trascinare anche Tom Hanks nell’abisso di un’innocenza perduta, nel vortice delle complicazioni della vita adulta.
All’inizio, quando è ancora un bambino e gioca con il suo computer, Josh finisce per essere sconfitto da un mago: la punizione è quella di essere congelato per migliaia di anni in un blocco di ghiaccio, immobilizzato per l’eternità. Sarà poi un altro stregone, una bizzarra attrazione da fiera, ad imprigionarlo nelle sembianze di un trentenne. La sensazione di essere sempre inadeguato al proprio corpo, nell’infanzia come nell’età adulta – di essere cioè sempre fuori contesto o, appunto, di non capire – è il tema portante di Big, prima vera consacrazione di Tom Hanks come protagonista. Troppo piccolo per le esigenze dei “grandi”, troppo adulto per le esigenze dei dodicenni, il protagonista finisce sempre per trovarsi in una crisalide che gli sta scomoda, come è tipico dei turbamenti e delle limitanti frustrazioni dell’adolescenza.
L’insoddisfazione perenne di essere giovani e volere essere già maturi, e quella di volere fortemente il contrario, alimentata dal desiderio umano di evitare il dolore, di curare le ferite, di vincere la disillusione. E’ forse questo suo malessere ambivalente, questo contrasto irrisolvibile – il suo compagno lo invidia per il corpo che gli permette di peccare, la sua donna lo ama per la sua purezza infantile che non può più trovare negli uomini – il segreto del suo strano fascino.
Strappato dal suo felice sobborgo pieno di viali alberati, partite a baseball, corse in bicicletta con l’amico del cuore e ragazzine bionde da immaginare, il protagonista Josh arriva alla città, ad una squallida stanza d’albergo dove si consuma violenza urbana e degrado (e in cui non gli resta che piangere invocando la madre), sospeso in un perenne stato di trasformazione, una palingenesi che solo Tom Hanks sarebbe stato in grado di impersonare con sufficiente credibilità.
Big è costruito completamente su di lui, e non accenna nemmeno a divagare su set o su invenzioni di sceneggiatura che possano variare la formula: a dire la verità, il film della Marshall potrebbe essere piuttosto lineare e scontato, forse persino pedante nella sua denuncia degli yuppies senz'anima, senza la sua presenza contagiosa e trascinante (basti pensare alla celebre sequenza dentro il negozio FAO Schwarz…)
Capace di concedere momenti di straordinario candore come quando, nel momento in cui conquista la sua donna in carriera, in cui si trova costretto a misurarsi con una sessualità che non ha ancora raggiunto, la accarezza estasiato, quasi un bambino (lo è!) alle prese con il seno materno.

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