FILM IN TV – Easy Rider, di Dennis Hopper

Easy rider non è un film perfetto, tuttavia è arrivato al momento giusto (1969, agli albori della New Hollywood) e ha veicolato cinematograficamente un ideale talmente grande, talmente sfuggente e al contempo generico da riuscire a far breccia nel cuore di più di una generazione, ampliando immediatamente il suo target di riferimento – quello, si presume, degli appassionati di motociclette e road movie. Easy rider, allora, non è più un film, ma un mito. E l’ideale di cui sopra è

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rappresentato da una forma di libertà assoluta e aprioristica, dalla libertà come seducente stile di vita. Pertanto, la pellicola si può inscrivere facilmente in un certo tipo di cinema, derivativo e residuale rispetto alla carica giovanile, ai movimenti organizzati e agli slanci degli anni ’60.
Brevemente, la trama: Billy (interpretato da Dennis Hopper, qui al suo esordio da regista) e Wyatt (Peter Fonda) decidono di fare un viaggio in moto e si impongono di raggiungere New Orleans, giusto in tempo per il carnevale. Il viaggio, però, sarà una specie di odissea psichedelica, e sullo sfondo si imporrà prepotentemente un terzo protagonista, il paesaggio americano, nelle sue diverse e splendide forme, unito alla stolida intolleranza di alcuni dei suoi caratteristici, numerosi abitanti.

Il film, come si è già detto, arriva al momento giusto e sintetizza un particolare segmento della storia americana – e addirittura mondiale, perché no – atomizzando in ogni sua immagine quel senso di rivolta, quella tensione sotterranea che accomunava, in varia misura, i giovani dell’epoca. “La libertà è tutto”, dice Dennis Hopper durante il film, rivolgendosi a Jack Nicholson. Ebbene, la tipologia di libertà di Easy rider è un concetto antico, già tramandato dai miti e dai proverbi
popolari e anche dai luoghi comuni. Non è la sartriana condanna a essere liberi, no: la libertà asfissiante, che confonde e porta allo spaesamento individuale, era stata trasposta sul grande schermo un paio di anni prima, con Il laureato di Mike Nichols. La libertà di Easy rider, invece, è una questione più antica, che ribalta l’apatia di Dustin Hoffman e la sublima nel viaggio, nel chiamarsi fuori dai ritmi della produzione e, più in generale, dalle dinamiche occidentali
. Lo stesso film è animato da una tensione interna, riscontrabile grazie a un montaggio frenetico e talvolta distante dalla continuità classica. Avremo numerosi flash-forward e persino una scena, forse la più celebre della pellicola, in cui la macchina da presa si conferma empatica, capace di mostrare, in un misto di soggettività e oggettività, i protagonisti e il loro affascinante trip dovuto all’assunzione di un acido.
Easy rider, insomma, è una di quelle opere che riesce, in modo informale e col passare del tempo, a fare a pezzi i confini dell’opera stessa, diventando materia fluttuante, libera di stupire e farsi capire, correndo il rischio – minimo, a dire il vero – di essere considerato un film parziale, sopravvalutato dalla generazione di riferimento.

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