FILM IN TV – "Effetto notte", di François Truffaut

François Truffaut, Effetto NotteC’è senz’altro qualche eco di 8 e Mezzo nella figura del regista interpretata dallo stesso Truffaut in Effetto Notte, sempre in mezzo a un turbinio di attori e tecnici pronti ad assillarlo con dubbi e domande persino nell’hotel dove risiede la produzione. Ma se Fellini coglieva l’impasse dell’Autore in crisi, centro immobile di un tornado fantasmagorico di personaggi, Truffaut racconta il professionista già all’interno di quel flusso infinito di gesti, decisioni, rapporti da curare che costituiscono il fare cinema. L’attività onirica di Ferrand è del resto molto più banale di quella del Guido felliniano, e il suo incubo ricorrente si rivela alla fine uno sberleffo verso ogni pretesa di profondità psicanalitica: a tormentare le sue notti è il ricordo di un piccolo episodio di criminalità cinefila, quando da ragazzino aveva rubato alcune locandine di Quarto Potere. Non si esce mai dal mondo del cinema in Effetto Notte: al di là della produzione e del set c’è solo l’aeroporto, a testimonianza che il resto del mondo è qualcosa di separato e distante.
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Il cinema come mestiere fatto di mille competenze, i divi come lavoratori (il dialogo fra l’attrice interpretata da Jacqueline Bisset e il produttore Jean Champion sugli infernali orari di lavoro del set): Truffaut ci parla della cosa che più ama raccontando la lavorazione di un film (il dramma sentimentale Je vous presente Pamela) come un’impresa corale fatta di riti quotidiani. La narrazione è impressionista, dispersa in tanti piccoli episodi che scorrono lievi, che siano buffi o malinconici. Il cinema appare in primo luogo un’industria anomala, che realizza prodotti – i film – che vogliono essere anche qualcos’altro. Ma sempre di industria si tratta, con i suoi meccanismi ripetitivi e sfiancanti; solo che gli operai devoluti a far funzionare la macchina a un certo punto, misteriosamente, diventano famiglia. È una macchina gioiosa, un luogo pieno di tensione produttiva ma mai davvero conflittuale. E non c’è spazio nemmeno per l’archetipo del conflitto regista-produttore (vedere Il Bruto e la Bella di Minnelli); anzi quest’ultimo è una figura paterna e solidale.
 
Quello che Truffaut lancia sul suo ambiente è uno sguardo bonario, riconciliato e conciliante: il pedante critico massmediologo di Io e Annie lo definirebbe un film ombelicale e auto indulgente; probabilmente a ragione, ma si dovrebbe aggiungere anche irresistibile. Talmente convinto nel comunicare il proprio amore per il cinema da risultare coinvolgente e mai frivolo. Sì, è una celebrazione, che diventa vero e proprio canto nelle sequenze di montaggio in cui, sulle note trascinanti di Delerue, assistiamo ai tanti momenti in cui sul set si produce l’illusione cinematografica. Sì, il set appare come un rifugio, un ventre materno (la scenografia ellittica della prima e ultima giornata di riprese) per proteggersi da qualcosa, dalla vita o dalla normalità. Ma poi la vita è destinata a mischiarsi e a scontrarsi col mestiere, con l’ossessione del fare cinema; che siano le paturnie di un attore geloso (non poteva mancare l’attore feticcio di Truffat, Jean-Pierre Léaud) o la morte, poi riassorbita come un ulteriore incidente di percorso. Il cinema non replica mai la vita, ma sembra a volte rimpiazzarla, cannibalizzarla, nasconderla e infine rivelarla, in un gioco che Truffaut ha l’intelligenza e la sensibilità di non risolvere mai del tutto.
 
Titolo originale: La Nuit américaine
Regia: François Truffaut
Interpreti: Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Léaud, Jean Pierre Aumont, Valentina Cortese, François Truffaut, Jean Champion, Dani, Nathalie Baye
Durata: 115'
Origine: Franci/Italia, 1973
Venerdì 9 novembre ore 2.00 Iris