FILM IN TV: "Europa '51" di Roberto Rossellini

Il mondo è un inferno. Non c'è scampo. Almeno sembra. Rossellini non bara, non manipola la realtà. Rossellini osserva. Con una purezza di sguardo che è già scandalo e paradosso. Dopo la straordinaria fase neorealistica e il primo incontro con la Bergman in Stromboli terra di Dio (1950), con Europa '51 (1952) Rossellini dà una sterzata ulteriore, depista i suoi ammiratori, confonde e spiazza col suo genio ineguagliabile. La storia di Irene è una parabola: il suicidio del figlioletto incompreso è un bagno di dolore, in cui è costretta a immergersi. Da allora sarà un aprire gli occhi sulle miserie del mondo. Irene affronta la povertà, l'emarginazione delle borgate, la delinquenza, l'alienazione della fabbrica, l'indifferenza e l'incomprensione degli uomini. Rossellini, senza alcun estremismo espressionista, senza alcuna esagerazione, dipinge il quadro di un mondo che sembra aver perso le sue coordinate morali, un mondo in cui, come si diceva in Germania anno zero, gli uomini vivono nella tragedia come fosse il loro elemento naturale. Ma a poco a poco, tutto quel dolore, tutta quella miseria compiono una trasfigurazione: l'anima di Irene ne esce come mondata, purificata, quasi riacquista l'innocenza  originaria, il folle coraggio di amare gli altri senza se e senza ma. I vuoti e semplicistici proclami del cugino comunista Andrea non le bastano più: i diseredati, gli oppressi non hanno bisogno di una nuova coscienza, perchè forse neanche loro hanno intenzione di cambiare (esemplare il personaggio di Giulietta Masina, fondamentalmente felice del suo vivere alla giornata), hanno semplicemente bisogno di essere amati, di essere accettati per quello che sono, hanno bisogno di non sentirsi soli, abbandonati in un mondo che non li vuole. Irene la santa, Irene la pazza è come Cristo, come Giovanna D'Arco. Ormai "fuori" dalla normalità, in quanto estranea ad un'esistenza che di umano non ha più nulla.  Gli altri non possono capirla, tollerarla. L'amore è una forza sovversiva troppo devastante, perchè non gli si opponga l'esigenza dell'ordine costituito, dell'integrità del sistema. Il manicomio è l'unica risposta alla "follia". Si sa che la sceneggiatura di Europa '51 ha avuto una lavorazione tormentata (vi hanno collaboratore ben nove autori), ma con la sua limpidezza esemplare, con la sua invidiabile "innocenza", Rossellini ne ha fatto uno dei suo risultati più alti, cogliendo il senso profondo di temi come la fede, il sacrificio, lo scandalo, il dolore. Con il suo rigore avvicina il suo sguardo a quello di altri maestri, come Dreyer, che di lì a poco in Ordet (1955) raggiungerà i vertici del suo percorso spirituale, o come Bresson, agli inizi della sua personalissima riflessione. Tutti e tre uomini dallo sguardo tragico, disperato, ma convinti della necessità di cercare una risposta ulteriore al senso dell'esistenza. Ma se Dreyer e Bresson appariranno sempre più lontani, irraggiungibili nel loro ascetismo, Rossellini non sa rinunciare alla carne, al sangue, ai richiami del mondo terreno, non sa rinunciare ad inserire il suo discorso in un contesto sociale, malato senza dubbio, ma ancora recuperabile. Questo, a volte, può condannare i suoi film ad essere retorici, ideologici. Può allontanarlo dall'assoluta perfezione degli altri due maestri. Ma è proprio questo il bello. Come se la sua imperfezione, il suo essere, in qualche modo, corrotto dal mondo, ci rivelasse la profondità del suo cuore, la sua immensa umanità.

EUROPA '51 di Roberto Rossellini


Con Ingrid Bergman, Alexander Knox, Sandro Franchina, Ettore Giannini, Giulietta Masina, Antonio Pietrangeli, Giancarlo Vigorelli


Italia 1952, 110'


Venerdì 13 gennaio, ore 3:05, Raitre