FILM IN TV – Forrest Gump, di Robert Zemeckis

È uno dei primi titoli che vengono in mente quando si pensa al cinema degli anni Novanta, e si è pienamente meritato questo privilegio: Forrest Gump è divenuto immediatamente un’icona, un simbolo, un fenomeno di costume. Un film che ha accompagnato le visioni di qualsiasi spettatore, a prescindere dall’età, perché racchiude in sé l’epicità di un racconto lungo e articolato (due ore e venti di durata) unita all’innegabile empatia nei confronti del suo protagonista. Nelle mani di un altro regista, forse, si sarebbe ridotto solamente a una magniloquente parata di buoni sentimenti e massime da Bacio Perugina (l’oramai celebre “la vita è come una scatola di cioccolatini…”), nonostante sembra che siano proprio questi elementi a essersi impressi maggiormente nell’immaginario collettivo; grazie all’amatissimo Robert Zemeckis, invece, oggi Forrest Gump è (ancora) molto, molto di più. È impossibile, questo è certo, (ri)considerare il cinema di Zemeckis senza inserirlo all’interno di un movimento più ampio, lo stesso alla quale appartengono le meravigliose visioni sognanti di Spielberg, Lucas, ma anche Joe Dante, Ivan Reitman, John Landis, Richard Donner…. Quel cinema che ci ha fatto innamorare dell’America come un luogo fantastico ma anche pieno di zone d’ombra, lasciando queste due componenti antitetiche in strabiliante equilibrio tra di loro. Perché Forrest Gump è soprattutto un viaggio attraverso i luoghi e la Storia degli Stati Uniti della seconda metà del ventesimo secolo: da Elvis Presley al Watergate, passando per JFK e il Vietnam, la vita privata di un idiota gentile diventa allora lo spioncino tramite il quale rileggere la Storia americana, senza dimenticare neppure il ruolo centrale rivestito dal capitalismo (Gump diventa miliardario grazie alla pesca dei gamberi). Ma non c’è mai vera vittoria, né soddisfazione: a Zemeckis non interessa costruire un elogio alla patria e ai suoi valori, quanto invece metterli in scena, raccontarli con una vena carica di malinconia.

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Ecco, Forrest Gump è un grande racconto, appunto, che sembra quasi assumere la statura di fiaba moderna; un film che guarda alla sterminata grandezza del proprio paese, ai suoi orizzonti, al suo passato e alla poesia che si nasconde all’interno delle sue pieghe, ma anche alle sue contraddizioni e al dolore che, inevitabilmente, è sempre pronto a fare capolino. Una grande opera popolare, un film profondamente americano nel senso migliore del termine, certamente di facilissimo appeal (è un forse un peccato?) ma sempre e comunque a cuore aperto. Ma anche un titolo spartiacque nella storia del cinema tutta, indiscutibilmente rivoluzionario nell’utilizzo degli effetti speciali: da grande sperimentatore del mezzo cinematografico quale è sempre stato (e continua a essere), Zemeckis si avvale della Industrial Light & Magic di George Lucas per rendere credibile l’inserimento del protagonista all’interno della Storia. E quindi abbiamo visto Tom Hanks stringere la mano a John Fitzgerald Kennedy, venire premiato da Richard Nixon, discutere con John Lennon e parlare davanti a migliaia di persone al Lincoln Memorial di Washington D.C.: una tecnica pioneristica al servizio del racconto, quasi nascosta e sottovoce, che per la prima volta non ha avuto bisogno di astronavi o distruzioni di massa per dimostrare il proprio valore.

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