FILM IN TV – "Gilda" di Charles Vidor

In Gilda, la maschera del noir viene piegata alla costruzione di un’icona: Rita Hayworth, manifesto sensuale e incontenibile degli Stati Uniti post-bellici, divora non solo l’ambizione di Fred MacMurray, ma tutto il film, che non può fare altro che piegarsi all’irresistibile desiderio di mostrarla. L’Atomica è troppo e qualcuno, fosse anche l’imbolsito Glenn Ford, deve ricondurla all’ordine, anche a costo di sottrarsi al destino dell’antieroe. Giovedì 20 marzo ore 14,00 La7

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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“Un coup de dès jamais n’abolira le hasard”. Come nella poesia di Stephane Mallarmè, Gilda si apre con un tiro di dadi fortunato, quello con cui Glenn Ford vince al gioco e conosce George MacReady, innescando quella che potrebbe essere una buona storia da hard boiled, accennata anche dalla voce over del protagonista che parla come se una condanna fosse stata già eseguita. I versi del poeta francese potrebbero essere anche un’ottima definizione del noir, se non fosse che in realtà il film di Charles Vidor usi il genere solo come una maschera e un pretesto. Perché se da un lato è vero che Gilda distribuisce i cliché in modo tale da voler costruire un noir, chiamando in causa anche il ruolo del pre-vissuto, di una “catena della colpa” da cui si vorrebbe inutilmente fuggire (“Io sono nato quando lei mi ha conosciuto, non ho un passato ma solo un futuro…”), dall’altra parte è vero anche che ne sconfessa il comandamento principale che è costituito proprio dall’impossibilità di ribaltare il destino, di uscire vincitori da un’ossessione, nonostante tutti i tiri di dadi e la fortuna.
Inevitabilmente, il nome di Rita Hayworth che appare all’inizio dei titoli non lascia spazio al film, lo divora sin dal primo fotogramma: la sua apparizione avviene dopo quasi dieci minuti, ma la sua presenza è palpabile dal principio, dettata dalla crescente attesa di vederla, di scoprirla. Prima che il suo viso riempia lo schermo, travolgendo non solo Glenn Ford e George MacReady, ma anche lo spettatore, lei è già lì come un peso sui due uomini, come un destino incombente non solo sulle loro vite, ma sul film stesso. Con queste premesse, Rita Hayworth potrebbe diventare la dark lady definitiva, decisamente più ingombrante di Barbara Stanwyck che ne La fiamma del peccato entrava in cima ad una scala, distruggendo i buoni propositi di Fred MacMurray, angelica nei suoi capelli biondi, ma nello stesso tempo diabolica con il suo sguardo tagliente. Invece, Gilda non può fare altro che limitarsi a mostrarla, spesso in momenti del tutto staccati dalla diegesi – come se fosse un film, forse un musical, a parte – e a creare un veicolo per esaltare piccoli gesti insignificanti carichi di una sensualità incontenibile: si mette una calza, si accende una sigaretta, si sfila un guanto mentre canta Put the Blame on Mame.

Rita Hayworth non guarda mai, ma è sempre guardata, e per forza di cose ammirata e desiderata. Così, la narrazione sfuma nel tentativo di dipingere il ritratto dell’Atomica, l’icona irrequieta, selvaggia e sessualmente debordante degli Stati Uniti post-bellici: l’intreccio (un improbabile traffico di tungsteno tra gli Stati Uniti, la Germania e l’Argentina) passa in secondo piano, si riduce a complice e comprimario del piacere scopico e dell’ansia di possederla: si potrebbe dire che non ci siano né azione e né movente, perché è lei ad essere tutto il film. Per questo Gilda manca della morbosità e del pessimismo degli altri noir: a differenza di tutte le altre femmes fatales, che conducono alla sconfitta gli antieroi dell’hard boiled, Rita Hayworth è troppo, e deve essere in qualche modo contenuta e sopraffatta. Qualcuno, fosse anche un imbolsito Glenn Ford, deve ricondurla all’illusione dell’ordine. Oppure, molto più semplicemente, consegnarla alla storia del cinema.

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Gilda
Regia: Charles Vidor
Interpreti: Rita Hayworth, Glenn Ford, George MacReady, Joseph Calleia, Steven Geray
Durata: 100’
Origine: USA, 1946

Giovedì 20 marzo ore 14,00 La7

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