FILM IN TV – Ginger e Fred di Federico Fellini

marcello mastroianni e giulietta masina in ginger e fredEra da molto tempo che la collaborazione con Tullio Pinelli si era interrotta: lo sceneggiatore e amico di sempre aveva preso altre derive quando Fellini, affascinato dal racconto libero di cui era capace Flaiano, aveva deciso che il suo marchio di fabbrica sarebbe stato il sogno, il paradosso, il bizzarro, l'eccessivo, il grottesco. Da Giulietta degli spiriti in poi (1965) e per circa venti anni, Pinelli scompare dai titoli di testa e il realismo magico, di cui era portatore sano e che aveva dato linfa vitale a film quali La strada, cede il posto a un roboante circo che non abbandonerà più l'immaginario di Fellini.

Eppure, profeticamente, la collaborazione tra questi due scrittori s'interrompe a partire dal Toby Dammit, episodio di Tre passi nel delirio – racconti tratti, ovviamente, dal solito Poe.

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Toby Dammit è un segno perché il cinema di Fellini solo apparentemente s'immerge nel mondo dei sogni: è già con questo frammento che l'idea di morte inizia lentamente a dilagare, a prendere piede, ad attraversare con sempre più forza tutti i suoi film.

La paura della morte. La necessità di creare un mondo possibile, illusorio, capace di tenerci ancora svegli – fosse pure l'inferno. Fellini sembra ossessivamente costretto a risolvere questo senso di smarrimento e tenta, senza darsi pace, di ipotizzare una realtà verosimile in grado di rendere conto di ciò che "verrà dopo".

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Toby Dammit gioca con la morte. E perde. Lì il tema è palese. E palese è il tema che accarezza il film "non realizzato", Il viaggio di G: Mastorna. Di questo film resta solo la storia, parziale, disegnata da Manara. Ancora un film sulla morte. E, ciò nonostante, Fellini sembra volerne prendere sempre le distanze – non affonda mai, continua a mentire, nasconde le paure dietro alle costruzioni di cartapesta.

Pinelli ricompare in Ginger e Fred e la storia sembra godere di questa pienezza della definizione: il realismo che avvolge i due personaggi – vecchi ballerini che, ormai, da anni non praticano più la danza, richiamati a calcare le scene solo per compiacere un pubblico avvezzo agli orrori e alle anomalie circensi – è la dimostrazione che sono ancora vivi. Pinelli garantisce la struttura narrativa, fa in modo che il film non scantoni. La sua presenza segna un percorso e lascia che Fellini si diverta a gestire la parte restante, il mondo dei morti che finisce con l'essere puntualmente orrorifico. Pinelli obbliga, insomma, il mondo di Fellini a contenersi, a rispettare un flusso narrativo che è, ancora, vita – in opposizione al descrittivismo che segna i luoghi della morte: nella finzione assoluta c'è un che di cupo, desolato, falso, funebre.

L'al di là disegnato da Fellini è una Roma finta e orrida, eccessiva, coperta di spazzatura, ottenebrata da esagerazioni (il sesso, il cibo) che offendono i sensi.

L'inferno ha i ritmi, i colori, le luci del televisivo e i mostri sono demoni che popolano questo territorio: transessuali, nani, sosia. Il non vero, l'esagerato, ciò che offende i dettami della bellezza classica. Non è un mondo circense quello messo in mostra: è una realtà diabolica all'interno della quale i nostri eroici ballerini vagano, portandosi dentro la disperazione di chi sa che, quel mondo, ben presto li inghiottirà.

La storia, allora, si tiene salda a questo tema, lo declina brevemente: la nostalgia per il passato, l'amicizia che poteva diventare amore, il senso del decadimento che pesa come un macigno, la povertà che avvolge la vita nella sua ultima parte (povertà  di desideri, povertà di godimenti), l'impossibilità di ritrovarsi, di ri-vivere.

Il film è del 1985. Coglie in pieno la nascita e il rapido evolversi della Fininvest. Non siamo a Milano eppure non sono pochi gli indizi che rimandano a quella televisione, a quel modo di fare televisione. L'impoverimento della cultura nasce lì. E diventa ulteriore elemento simbolico d'un mondo che non può essere che quello dei morti.


Regia: Federico Fellini

Interpreti: Marcello Mastroianni, Giulietta Masina, Franco Fabrizi

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Durata: 125'

Origine: Italia/Francia/Rft 1985