FILM IN TV – I guerrieri della notte, di Walter Hill

Nel folgorante incipit che mostra l’arrivo dei Guerrieri e delle altre gang newyorkesi nel Bronx, Walter Hill chiarisce subito i suoi intenti: sfruttando i giochi di luce della fotografia di Andrew Laszlo come se fossero colori di una ipotetica tavolozza di un pittore, “disegna” geometrie urbane degne di Maurits Escher, creando reticoli e spazi scomposti dove far muovere i personaggi. Non una semplice gabbia, si badi, quanto un luogo alternativo alla realtà: d’altra parte, tutta la storia si concentra davvero in uno spazio altro, complice una precisa scelta delle location, che stanno quasi sempre fra i tunnel e i binari della metropolitana, i vari appartamenti dalle mura strette e i locali in cui trasmettere musica o fare il punto della situazione fra le gang. E’ sintomatico il fatto che questa realtà, tanto abilmente ridisegnata, sia sfruttata per un racconto dove i personaggi devono letteralmente scavalcare gli ostacoli per ritornare alla verità (dopo essere stati ingiustamente accusati) e riguadagnare così il proprio microcosmo, ovvero il loro mondo “oggettivo”: lo fanno sia in senso fisico, quando li vediamo saltare panchine, cancelli e barriere di vario genere, sia in modo più metaforico quando cercano di passare dalla condizione di subalternità e colpevolezza a quella di padroni del proprio spazio.

Come sempre accade nel cinema di Walter Hill, data una situazione iconograficamente ben definita (sia essa la biografia di un personaggio storico come Geronimo o Wild Bill, o lo status di guardia e ladro di 48 ore), poi la storia lavora a rompere la rigidità dello schema, cercando di portare in superficie un precipitato umano che metta in crisi la realtà e il rapporto fra la stessa e le figure che l’attraversano: ecco dunque che il viaggio dei Guerrieri per tornare a Coney Island non rappresenta soltanto un lungo muoversi sottotraccia (e sottoterra) verso quel mare che nel finale apre letteralmente l’orizzonte visivo del film, ma anche un vero e proprio percorso di consapevolezza. Nel corso dell’avventura, infatti, i Guerrieri si renderanno conto del loro status di perenni pedine di un meccanismo più grande, tanto da far sorgere nel leader Swan il desiderio di “avere qualcosa di meglio” e abbandonare tutto. D’altra parte è per quel desolato ritratto di provincia cui arrivano nel bagliore del nuovo giorno che hanno combattuto tutta la notte?

Anche per questo, l’afflato è malinconico, ma a colpire è soprattutto la bellezza visiva dell’insieme. Hill crea infatti un linguaggio iconograficamente forte e capace di riflettere l’inquietudine sociale dell’epoca, fra controculture e impulsi prettamente artistici: Graffiti, body painting, movimenti talmente plastici da apparire come un mix di possibili street dance, mentre una colonna sonora composita – che unisce generi più classici come funk e R&B alle nuove sonorità elettroniche – correda e commenta le immagini con i vari brani, “rubando” spazio ai dialoghi (caricati oltremisura nell’edizione italiana). Ma soprattutto si evidenzia un lavoro delle luci e delle scelte cromatiche che sta a metà fra la ruvidezza estetica dei Settanta e una certa spinta glamour degli Ottanta (non a caso nella produzione troviamo due nomi di riferimento del decennio a venire, Frank Marshall e Joel Silver). Nella pur didascalica e superflua Director’s Cut mostrata nel 2005 al Torino Film Festival, abbiamo appreso che Hill pensava a un’estetica da fumetto, anche se poi rivendica sempre l’ascendenza della storia dall’”Anabasi” di Senofonte. Anche qui, in fondo, si tratta di rompere uno schema prestabilito per far emergere una spinta più alt(r)a. E non a caso I guerrieri della notte è diventato poi il manifesto di tanto cinema metropolitano a venire, da 1997: Fuga da New York a Subway, fino a Strade di fuoco dello stesso Hill.