FILM IN TV – Il cavallo di Torino, di Béla Tarr

Il cavallo di Torino, di Béla Tarr

Si chiude il cerchio che si è percorso per oltre trent’anni, fino a capire che non si tratta di un eterno ritorno, quanto di un ritorno dell’eterno. Dopo lo spegnersi della fiamma rimane il buio, l’unica certezza. Sabato 15 Marzo, alle 03.40, RAI3

Il cavallo di Torino, di Béla Tarr

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Un film di Krasznahorkai László, Víg Mihály, Fred Kelemen, Téni Gábor, Hranitzky Ágnes e Tarr Béla.
Solo due mani non possono sorreggere tale peso. È un peso che si trascina da anni, e che diventa sempre più pesante. E si vorrebbe solo lasciarlo lì, non allargare più le spalle per fargli spazio, non essere costretti a chinare il capo e guardare il fango. Ma è l’ultimo sforzo, prima del silenzio.

Cosa rimane di Nietzsche se non quel momento di follia che rappresenta il primo segno dell’apocalisse, assente dal film ma ricorrente nel suo significato: quelle braccia gettate al collo dell’animale che possiamo solo immaginare, in uno scambio di sguardi che riempie lo spazio immenso di ogni fine del mondo. Lo sguardo animale che già fermava il tempo, gli occhi di brace dei cani randagi e il vitreo acquoso della balena. Ora sono occhi danneggiati dalla polvere e dal vento, occhi che rimangono bassi e muti. Così come l’occhio della macchina da presa deve mordere la terra, e allora ci si sotterra, si aprono voragini prima del tempo per guardare la fine in volto. E la fine arriva sempre dal basso.

Il cavallo di Torino, di Béla TarrSi continua a guardare fuori dalla finestra anche se nulla si vede all’orizzonte. La macchina da presa si muove sempre meno perché non ci sono più corpi abbandonati alla danza, ma si ferma con loro, in attesa. Si vedono i volti di sempre perché si scava nelle vecchie cicatrici, si ripete ciò che già si è compreso, con l’intenzione di non illudere più, senza nascondersi dietro una storia, senza fingere che qualcosa accada davvero. Sono azioni elementari, sono movimenti compiuti solo perché necessari. Mangia. Dobbiamo mangiare. È necessario ripetersi per annullare la distanza fra umano e troppo umano. Il buio arriva quando cessano i gesti, quando la mano è troppo stanca per portarsi alla bocca. È la consapevolezza che priva il gesto della sua luce, e con essa viene a mancare l’eco, la vibrazione. La debole fiamma che lotta con il buio è una di quelle immagini che si riceve nel primo giorno del mondo, nella sua semplicità così radicata nel necessario, sempre nuova alla vista. Ed è con lei che tutto finisce, quando anche la brace si rifiuta di accendersi. È l’unico soprannaturale possibile, che anticipa la fine della tempesta e l’inizio della fine, dove solo i respiri riempiono il silenzio.

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Alla sottrazione filmica si affianca quella ancor più pesante ma mai quanto ora necessaria della sottrazione stessa del regista. Quella di Tarr è una mancanza necessaria, l’unica afasia possibile che possa accompagnare il buio dell’ultima inquadratura, l’unico modo per sottrarsi al cammino circolare. La scelta cosciente di aver posto la parola fine a un qualcosa che non ha mai avuto inizio. Un film sugli ultimi atti, gli ultimi momenti, dove immagini in movimento indicano come il movimento stesso non possa nulla di fronte alla stasi: di fronte all’unico tentativo di fuga, da un nulla verso un altro nulla, la macchina da presa si rifiuta di seguire il percorso dei protagonisti, consapevole del loro imminente ritorno, circolarità che si affaccia sul vuoto.

Il cavallo di Torino, di Béla TarrSi chiude il cerchio che si è percorso per oltre trent’anni, fino a capire che non si tratta di un eterno ritorno, quanto di un ritorno dell’eterno. Un passo avanti e uno indietro, come nel tango. Un passo avanti e molti indietro. Non nel tempo, da sempre immobile, ma in tutto il resto. Si sottrae, fino a sottrarsi. Non c’è nulla da raccontare come nulla da spiegare, nulla da chiedere e nulla da mostrare. Dopo lo spegnersi della fiamma rimane il buio, l’unica certezza.

 

Titolo originale: A torinói ló
Regia: Béla Tarr
Interpreti: János Derzsi, Erika Bók, Mihály Kormos
Origine: Ungheria, 2011 
Durata: 146' 

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