FILM IN TV – Il ferroviere, di Pietro Germi

…Germi lo trovavi sempre lì, al bancone del bar, seduto davanti a un bicchiere di vino. Non era una posa d'artista: era davvero nella sua natura starsene silenzioso a pensare sorseggiando del buon vino. Se non avessi saputo ch'era un celebre regista e anche attore avrei detto, per istintiva sensazione, che poteva essere un ferroviere.

Ermanno Olmi

Ho girato questo film per gente all’antica.

Pietro Germi

Il ferroviere, 1956

Epigono illustre di un neorealismo agli sgoccioli, Il ferroviere (1956) di Pietro Germi mentre guarda con occhio attento al recente passato del cinema italiano, apre le prospettive su un cinema in divenire in cui la vicenda personale comincia a fondersi con i temi sociali. Un cinema che pone problematiche individuali, ma alla ricerca di una soluzione che non faccia affidamento esclusivo su un finito individualismo, ma che apra ad una visione differente che comprenda una dialettica collettiva, sociale e condivisa. Un incedere acerbo, in verità, a guardarlo bene, il film, sembra avvolgere con il proprio sguardo un solo personaggio, ma sono molte le occasioni in cui Andrea, il macchinista provetto, che cerca nel bere e nell’amore mercenario una soluzione alla propria difficile esistenza dovuta soprattutto ai problemi familiari, trova una possibile via d’uscita grazie agli amici e alla loro solidarietà. Una solidarietà istintiva che il cinema italiano ha sempre ricercato all’interno della famiglia e non è un caso che proprio il disgregarsi del consesso familiare o comunque di quella composita articolazione di convivenze che stanno dentro un nucleo familiare, comunque siano distribuite, costituisca un principio disgregativo dell’esistenza individuale. Perfino Verdone nell’ultimo suo film ritorna ossessivamente su questo tema, dentro una claustrofobia di sentimenti frutto di una seria riflessione sull’argomento.

Pietro Germi con il suo film non compie un lavoro troppo dissimile e, infatti, il suo principale intento è quello di puntualizzareIl ferroviere la necessità di una unità solidaristica della famiglia, componente indispensabile per un migliore futuro di ciascuno dei componenti. L’assenza di questo elemento si può sostituire solo con il sacrificio e quello di Andrea sarà necessario, un caro prezzo da pagare per consacrare l’agognata unità familiare. Il ferroviere con il suo taglio molto americano come molte delle opere del regista genovese (La città si difende, Un maledetto imbroglio…) affida proprio ad Andrea, il suo protagonista, interpretato dallo stesso Germi, ogni responsabilità e ogni soluzione. C’è tra le pieghe del racconto e nell’inflessione espiativa del film, una scia di moralismo e fatalismo, retaggio di una cultura popolare alla quale Germi si ispira e che ammira. D’altra parte questo era il suo film preferito, quello nel quale si identificava maggiormente. Ma il percorso di Germi, quello legato alla sua vena fustigatrice di costumi, a quel suo desiderio di rompere le regole sociali e di costume, era solo all’inizio. Qualche anno più tardi avrebbe realizzato altri film che andavano in tutt’altra direzione, senza compromessi con il passato. Ma allora perché rivedere un film come Il ferroviere? Perché è un film intenso, sincero, la cui struttura narrativa pur rifacendosi al melodramma, qui filtrato da una narrazione di avvenimenti assai accentuato, ne disarticola i canoni. Il protagonista non è lasciato in balia degli eventi, ma è egli stesso il motore della storia. Questa prospettiva, pur dentro un’ottica che assimila il film e i suoi personaggi a quella categoria di “vinti” che molto ha a che fare con il cinema di Germi, soprattutto nella sua prima produzione, restituisce spessore al personaggio che è eternamente combattuto tra moralismo e onorabilità sociale da una parte e fragilità esistenziale e debolezza dall’altra. Un uomo comune, privo di qualità, vittima delle Pietro Germisue debolezze, eppure così necessario, fulcro, nonostante tutto, di una società in divenire, perno essenziale di una famiglia disgregata che trova poprio nel suo sacrificio la strada della solidarietà. Con uno sguardo rigeneratore sarà proprio Sandrino, il figlio più piccolo, ad essere l’attento osservatore, quasi un alter ego dello spettatore, a guardare la storia di questo padre così forte e così debole, così vinto e così indispensabile. In questo afflato melodrammatico, frutto di una accurata scrittura, il film trova il suo controcanto nella storia d’amore clandestina, appenna accennata, ma così potente per l’effetto che produce, che la figlia (una giovane e avvenente Sylva Koscina) vivrà e che sarà tanto male vissuta dal padre da diventare l’origine del proprio declino.

Germi ha saputo raccontare la complessità quotidiana del suo personaggio che resta quindi comune, uno qualunque, così consueto facendoci guardare al suo percorso redentivo, come abbiamo guardato quelli di altri eroi minori di un cinema minimale che ha rappresentato valori forti adatti anche ai deboli. Qui la modernità e l’attualità di Pietro Germi, maestro silenzioso di un cinema che ha sempre ricercato l’autenticità dentro le piccole debolezze umane.