FILM IN TV – Il lungo addio, di Robert Altman

Decisi che la macchina da presa non dovesse mai smettere di muoversi. Fu una scelta arbitraria. Spesso la panoramica non corrispondeva all’azione, di solito anzi andava nella direzione opposta…secondo me in molti film tutto risulta sin troppo bello, io invece non illumino i primi piani, sono pronto ad accogliere ciò che succede. più l’aspetto è grezzo e più si adatta ai miei scopi“. R. Altman

Ha già detto tutto Altman, in fondo. Si perché è proprio in questo “andare nella direzione opposta all’azione” che si annida la grandezza del suo cinema, è in quell’essere “pronto ad accogliere ciò che succede” che si manifesta  l’urgenza di una nuova coscienza estetica nel cuore dei fatidici anni ’70. E allora cosa spinge Altman ad accettare la proposta di adattare Il lungo Addio (1953) di Raymond Chandler e ri-portare sul grande schermo l’icona Philip Marlowe? Le fonti sono naturalmente l’hard boiled e il noir anni ‘40, ai limiti del cinema classico, dove Howard Hawks e Humphrey Bogart dettano i codici di riferimento e dove addirittura la stessa sceneggiatrice Leigh Bracket torna a scrivere questo nuovo Marlowe nel 1973. Ma se il tono, la fonte letteraria e persino la penna in sceneggiatura sono le stesse de Il Grande Sonno… allora è decisamente qualcos’altro che si arroga il compito di segnare il tempo. Ecco: la regia di Altman è di per sé un magnifico e straziante lungo addio al cinema classico, urlato in inquadrature senza più centro, in perenne movimento instabile, tentando di star dietro un protagonista che va a zonzo nei segni di un cinema costantemente messo in abisso da superfici riflettenti (vetri, specchi, quadri, acqua, ecc) nell’impossibilità di trovare un referente a quelle immagini che non sia il riflesso della Hollywood che fu. Con tutta la nostalgia che questa consapevolezza si porta dietro. Il sublime divenire confuso e sornione di Elliot Gould (debitore di Bogart, certo, ma nel contempo anni luce lontano dal pragmatismo del divo anni ‘40) è commovente nel suo essere perennemente fuori posto, fuori tempo, ironico eppure lacerato nell’anima; capace ancora di credere nelle femme fatale o nelle amicizie virili eppure costretto a infrangere per sempre quel velo immaginario nello sconvolgente finale.

Ihaydennsomma: questo Long Goodbye (onnipresente e ossessiva la canzone composta da John Williams) fluttua dentro e fuori i suoi canoni di riferimento come scarto tra la memoria di Hollywood e le nuove Vague europee. Tra i traumi della storia (non più le ombre espressioniste della seconda guerra mondiale, ma la luce accecante della Guerra Fredda) e le ossessioni personali di Altman. Del passato rimangono solo i segni che vagano nel vuoto – tra banali gangster di periferia e incredibili scoppi di violenza, Nashville è dietro l’angolo –  ben riassunti dal custode del Malibu Colony che imitando i grandi divi del cinema classico ad ogni entrata e uscita dalla casa segna un confine immaginario ormai ampiamente valicato. E di chi è la casa dove si origina ogni mistero? Dello scrittore Roger Wade e della sua bellissima moglie. Ecco: la dolcezza e la mostruosità, il talento e l’abbrutimento, il dolore e l’improvvisa fine di Wade sono uno degli apici del cinema americano anni ’70. L’icona Sterling Heyden (dal Dottor Stranamore alle ombre del maccartismo) che interpreta un vecchio scrittore alcolizzato e in crisi creativa (echi di Chandler e Hemingway nella sua interpretazione) scompare tra le onde inquadrato da uno zoom (il falso movimento tanto caro al cinema moderno) attraverso un vetro riflettente (ennesimo cristallo di memoria) che filtra ogni mistero.

img_0_mIl lungo addio è uno dei testi cardine per sentire e penetrare la New Hollywood, le sue istanze politiche, le sue tensioni estetiche, la sua incontenibile e rabbiosa voglia di cinema-presente, la sua straziante e travolgente nostalgia di un passato-perduto, ecc, ecc. Insieme a Chinatown di Polanski, Bersaglio di notte di Penn e Yakuza di Schrader/Pollack è il film che ha inaugurato il mo(n)do del neo-noir: da questo punto di vista il celeberrimo e radicalissimo colpo di pistola finale è la definitiva presa d’atto che un codice etico-e-immaginario è stato infranto (nell’America del watergate, degli omicidi politici e della fine dei sogni) rimuovendo l’inconcepibile e agghiacciante tradimento di un amico fidato. “A nessuno importa…”, “Importa a me. E ho anche perso il mio gatto“. Marlowe, come il Billy the Kid di Peckinpah, è una reliquia del passato a cui non resta altro che una danza all’orizzonte dell’epocale ultima inquadratura fotografata dal genio di Vilmos Zsigmond: un viale del tramonto alberato con Hooray for Hollywood cantata in sottofondo. Capolavoro immenso. There’s a long goodbye, and it happens everyday…

 

Titolo originale: The Long Goodbye

Regia: Robert Altman

Interpreti: Elliot Gould, Nina Van Pallandt, Sterling Hayden, Mark Rydell

Durata: 112′

Origine: Usa 1973

Genere: noir

 

Giovedì 17 marzo, ore 12.15, Rai Movie