FILM IN TV – Il pistolero, di Don Siegel

Sul crinale di una modernità che avanza tra il ‘900 che prende il suo avvio con le carrozze senza cavalli che si muovono con motori sbuffanti e lava a secco per pulire i vestiti, si consumano gli ultimi 8 giorni di John Bernard (J.B.) Books famoso pistolero che torna a Carson City per regolare vecchi conti. Una vendetta da servire per tre farabutti e fare quindi giustizia della morte del fratello. L’incontro con la vedova Rogers, una luminosa e crepuscolare Lauren Bacall piena di silenzi e di sguardi, presso la quale alloggia e con il figlio Gillom hanno il sapore dell’ultimo approdo per un uomo al quale il vecchio amico, dott. Hostetler – omaggio ad un James Stewart posato e invecchiato – gli ha diagnosticato una malattia allo stadio finale. Ma la malattia non avrà il sopravvento e la sua fine eroica annuncia la chiusura di un’epoca. Da un romanzo di Glendon Swarthout anche autore di The Homesman dal quale è stato tratto l’omonimo film di Tommy Lee Jones.
Se esiste un western crepuscolare – ammesso che questo lo si possa ancora definire così –

Il pistolero, Wayne e Howard

Il pistolero, Wayne e Howard

è sicuramente Il pistolero, che si colloca nella parte finale della filmografia di Don Siegel (ne avrebbe girato ancora quattro) e ultimo in quella di John Wayne che ne è il protagonista, interpretando, già malato davvero, il ruolo del vecchio (malridotto) uomo d’onore e di pistola che non sopporta le ingiustizie e i prepotenti. Per queste ragioni ha sempre fatto la sua legge con la pistola, ma sempre nel rispetto di un codice d’onore non scritto e non recitato, ma vissuto durante tutta una vita. Racconto e vita vissuta sui set sugli schermi si sovrappongono. Non è un caso che il film inizi proprio con la voce fuori campo di Gillom che racconta le gesta eroiche e mitiche del pistolero sullo scorrere delle immagini vere di alcuni dei film di Wayne. Un breve ripasso per dire J.B. Books è Wayne e Wayne è sempre stato questo. Ma oggi è l’eroe morente, come il genere che ha sempre incarnato. In un soffio di acida e anticipatrice autoironia, un giornalista a caccia di scoop lo apostrofa come il più famoso pistolero estinto, frase infelice e gaffe imperdonabile che provoca le ire di Books. Ma non vi è dubbio che il tema della chiusura di un’epoca sia la costante del film, come sottolinea anche il vecchio dott. Hostetler. Una malinconia estrema che confina con una specie di dolore sordo come quelli che, improvvisi, colgono il vecchio pistolero che mostra in quel momento le debolezze e gli acciacchi come accadeva al vecchio Robin Hood di Lester.

Il pistolero, Siegel

Il pistolero, Siegel

Eroe o antieroe? John Wayne riversa quindi nel personaggio di J.B. Books tutta l’onestà possibile di una carriera completamente giocata proprio su questi principi di integrità morale e di rispetto di un’etica irrinunciabile. Sia pure tutto questo, attraverso soluzioni violente che mutano nel tempo, ma non nella loro natura. Per chi volesse potrebbe approfondire o meno i temi attraverso quel controverso Irrational man di Woody Allen che prova a fare chiarezza sui temi dell’etica e dei comportamenti. Temi dominanti e cruciali per uno spirito dubbiosamente intellettuale, da sempre spaccati con l’accetta per un’epopea western che ha fondato l’etica della legge della pistola (preferibilmente Smith and Wesson). Sicuramente spettacolare nel cinema, ma pericolosa nella realtà, come i dibattiti recenti nella politica americana e la cronaca quotidiana dimostrano ampiamente.
Sembra che tutto questo non c’entri nulla con Il pistolero e invece crediamo che c’entri e

Il pistolero, 1976

Il pistolero, 1976

pure tanto. Anche perché il film, nella sua spinta crepuscolarità, nella sua malinconica discesa verso l’ignoto da parte del suo assoluto protagonista, nella sua estrema malinconia, in quella che sempre accompagna l’eroe (o l’antieroe) verso la fine, in fondo non è che questo: una riflessione malinconica e se si preferisce spietata su tutta un’epoca e su un cinema che ha fatto le fortune dell’industria americana. Così Il pistolero diventa una specie di saggio finale sull’etica del west e del western al tramonto e se fossimo in un referendum il film diventerebbe anche una specie di consultazione mediatica su John Wayne, non sulle qualità dell’attore ma su quell’unico personaggio che in fondo il Duca ha sempre interpretato, rispondendo anche ad una sua personale etica e visione del mondo. Morale ben argomentata in Berretti verdi, unico suo film da regista, ma sufficiente a farne un personaggio pienamente aderente ad un perfetto americano nella norma per un diffuso immaginario collettivo, molto in voga in quegli anni (e ancora un poco anche in questi). Ma oggi gli anni sono mutati e per fortuna ciò che era fisiologia è divenuto patologia (curabile).

Il pistolero

Il pistolero

D’altra parte il film assorbe, sullo stesso terreno, un regista destrorso e magnifico come Don Siegel, magistrale autore di film d’azione che nel finale di carriera sembra prendersi una pausa e ripensare anche alle sue convinzioni, nel clima mutato degli anni settanta (quasi ottanta, si direbbe) finita la furia del Vietnam e assorbite le violenze causate dalla deprecabile pratica dell’apartheid. Il finale del film sembra confermare queste conclusioni, il giovanissimo Gillom, un Ron Howard con quarant’anni di meno, ma in tutto uguale ad oggi, completerà il lavoro del suo mito J.B. Books, che strappato ad una morte dolorosa, per una sul campo, approverà. Ma la pistola così amata, quasi un testimone consegnato nelle mani del giovane americano per una perpetuazione della specie, sarà gettata lontano e in quel gesto il definitivo tramonto di un’epoca, di una dura legge che all’alba del nuovo tempo va in soffitta, come per lungo tempo sarebbe andato in soffitta il genere western. Un genere troppo politicamente scorretto per sopravvivere all’avanzare dei tempi e anche in questo il film è di un’onesta commovente. Un genere che qualche anno più tardi, dopo qualche timida avvisaglia, sarebbe stato riesumato da un altro grande siegeliano che proprio sulla moralità inflessibile ha fondato la sua poetica. Quella stessa moralità che ha sempre avuto e che è stata scambiata per dura scorza reazionaria, proprio nei film di Don Siegel nei panni stretti del tenente Callaghan che nel tempo è diventato Walt Kowalski o William Munny. In questi panni faceva quasi le stesse cose di Callaghan, ma chissà perché non tutti se ne sono accorti.

 

 

Titolo originale: The Shootist
Regia: Don Siegel
Interpreti: John Wayne, Lauren Bacall, James Stewart, Ron Howard, John Carradine

Durata: 100’
Origine: Usa 1976

 

Martedì 19 gennaio, ore 21.00, Iris