FILM IN TV – Il settimo sigillo, di Ingmar Bergman

Il Settimo Sigillo

Il settimo sigillo dà vita a quelle figure allegoriche dipinte sulle pareti di ogni chiesa, immagini che iniziano e finiscono entro se stesse, a cui Bergman dona carne e spazio, alla ricerca di un Dio da evocare ed estirpare da sé. Sabato 5 luglio, 01.45, RaiMovie

Non ci sono molte sfumature, quando le trombe dell’apocalisse sono prossime a cantare. L’infinità di gradazioni che gravitano tra il bianco e il nero, così come tra la vita e la morte, sono sospese e annullate, oppure tutto confluisce in un unico, perenne, grigio. Ma non è questo il caso.

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Il settimo sigillo dà vita a quelle figure allegoriche dipinte sulle pareti di ogni chiesa, immagini che iniziano e finiscono entro se stesse, portatrici di un significato chiaro a tutti meno, forse, che a loro. Bergman dona quindi carne e spazio a quella Pittura su legno (titolo dell’originale testo teatrale di cui il film è un’emanazione), senza preoccuparsi di dare però spessore a queste figure. Tutto lo svolgersi del film è infatti un vagare di quadro in quadro, dover pur libere dalle due dimensioni della parete, le figure protagoniste continuano ad assolvere la loro funzione e il loro significato senza debordare fuori dai propri confini. Un po’ come la partita a scacchi condotta lungo l’arco del film, sono due le posizioni a confronto, tra devozione e razionalismo verso un Dio che al tempo stesso si invoca e si cerca di estirpare da sé.

Il Settimo SigilloNelle parole dei personaggi viene dipinto un mondo al limite, devastato dalla peste e prossimo all’oblio, dove i cavalli si mangiano tra di loro e le donne partoriscono teste di agnello. Eppure, ciò che si respira non è mai il limite ultimo, ma una leggerezza, un’agilità acrobata che supera il peso del fumo nero, e barcolla solo nei momenti di rottura, come lo sguardo di una donna bruciata al rogo o le urla di terrore di chi, morendo di peste, conficca la testa nella terra. La natura sottile di questi personaggi permette loro di vagare “senza imbarazzo attraverso il tempo e lo spazio”, un road-movie medievale dove il dibattito teologico si perde sulle loro labbra, che baciano al tempo stesso foglie e fango. Ma arriva infine il momento dove la sospensione del tempo si fa palese, e tutto il detto-ma-non-visto accumulato si risveglia: non mi piace la luna stasera. Gli alberi sono immobili. Non c’è un filo di vento. Non c’è un suono. Tutto converge nella figura della morte, mai così reale e, per certi versi, banale, in bilico tra solennità e ridicolo. Seppur smunte, quelle guance sono fatte di carne, ed è questo il primo passo per dimenticarsi della paura, la stessa in cui intagliamo un’immagine che chiamiamo Dio.

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È inevitabile che si concluda tutto con una danza, come tante altre ancora, sull’orlo del precipizio. Chi veglia su di lei? Gli angeli, Dio, Satana, o il nulla? Dopo l’abisso negli occhi non resta che abbandonarsi al corpo e al vuoto che porta con sé. È l’amore la più nera delle piaghe.

 

 

Titolo originale: Det sjunde inseglet
Regia: Ingmar Bergman
Interpreti: Max von Sydow, Gunnar Björnstrand, Bengt Ekerot, Bibi Andersson, Nils Poppe, Maud Hansson
Origine: Svezia, 1957
Durata: 96′

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