La ballata di Cable Hogue, di Sam Peckinpah

Un film in anticipo sui tempi e decisamente incompreso da chi pretendeva un esempio di western classico che invece era già morto con i suoi eroi e stavolta l’ironia diventa più esplicita

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Buona parte del cinema di Peckinpah, a pensarci bene, non è altro che la storia di un funerale. Il funerale di un genere, il western, che in quanto quintessenza del cinema americano classico si trasforma meravigliosamente in mondo e universo. E questo rito funebre il grande Sam lo ha celebrato più volte, quasi divertendosi (nel caso di questo film sicuramente): se Il mucchio selvaggio rimane il 2001: odissea nello spazio del genere, il punto di non ritorno di una poetica, la fine di tutto che preclude la possibilità di una rinascita, e Pat Garrett & Billy the Kid la pietra tombale posta sul Mito, con il protagonista che esce di scena inseguito da un ragazzino che gli tira dietro le pietre (perché ha ucciso il Kid, cioè il Bello, la Libertà, la Poesia della Frontiera), nel mezzo La ballata di Cable Hogue  ferma l’istantanea del vecchio West nel momento di transizione tra il prima e il dopo. Tra la Leggenda e un’epoca di trasformazioni, tra la polvere e il nuovo che avanza inarrestabile: a farne le spese ovviamente è l’Uomo, il vero cuore di tutta la poetica del regista. La ballata di Cable Hogue è la storia di un cercatore d’oro che, tradito dai suoi compagni e abbandonato in mezzo al deserto, scopre una sorgente d’acqua e vi costruisce sopra un’attività imprenditoriale.

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Dimostrando un’ironia qui molto più esplicita rispetto ad altri suoi film, Peckinpah lavora ancora una volta sulla profanazione dei luoghi comuni del genere, mettendo in scena una vera e propria vivisezione degli elementi che lo caratterizzano: non c’è più eroismo, amicizia o lealtà in grado di tenere insieme l’immagine del Mito; e quando si muore lo si fa quasi per sbaglio, per un incidente ai limiti del parossistico, e certamente non più al ralenti. Nessuna componente tragica, anzi: il film ha una dimensione più grottesca che esplicitamente drammatica, mettendo così in risalto tutto l’assurdo che sta alla base della società americana nata intorno alla figura del self-made man. Un approccio decisamente atipico se si ripensa ai già citati capolavori del Nostro, che non per questo manifesta una lucidità inferiore nel decretare la morte del suo Tempo. Manca il lirismo epico, è vero, ma per una scelta ben consapevole: quella cioè di voler raccontare la fine della Frontiera attraverso la disamina del mondo capitalistico che sarebbe esploso di lì a breve (non è un caso che lo strumento di morte sia un’automobile che si sfrena, quasi come in una gag comica). L’Uomo amato da Peckinpah muore in realtà con l’abbandono nel deserto all’inizio del film, e con lui tutti i valori che rappresenta: quello che viene dopo è solamente una farsa, un burattino manovrato dal denaro e svuotato di qualsiasi forma di onore, non più protagonista bensì comparsa di un mondo che fagocita l’individuo e lo assoggetta al proprio volere. L’individualismo tanto caro al regista soccombe dinanzi ai meccanismi della catena di montaggio, e il destino del pistolero solitario si scopre così non molto diverso da quello del vagabondo di Chaplin in Tempi moderni: data la lontananza tra i due cineasti sembrerebbe un paradosso, e invece…  Un film in anticipo sui tempi (uno dei pochi sui quali Peckinpah ebbe il controllo totale) e decisamente incompreso da chi pretendeva un esempio di western classico, quando il classico in realtà già non esisteva più da anni.

 

Titolo originale: The Ballad of Cable Hogue
Regia: Sam Peckinpah
Interpreti: Jason Robards, Stella Stevens, David Warner, Strother Martin
Durata: 121′
Origine: USA 1970
Genere: western

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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