FILM IN TV – La cinese, di Jean-Luc Godard

La cinese, di Jean-Luc GodardCosa rimane, a quasi cinquant’anni di distanza, di un’opera così radicata nel suo tempo e allo stesso modo così improntata allo sradicamento volontario verso il futuro, verso l’altro, verso la differenza, per mano di un regista che s’impone di reinventarsi a ogni film, sempre ai margini dell’immagine e delle tecniche?

La Chinoise, a pochi mesi dal maggio del ’68, con i suoi sguardi diretti alla macchina e il moltiplicarsi esponenziale dei libretti rossi in scena, come fosse una piéce di Ionesco, salta all’occhio come un film che incarna il politico in ogni suo aspetto, salutato da molti come profezia degli avvenimenti che gli succedettero poco dopo. Ma la riflessione di Godard oscilla ambiguamente fra poli opposti, svelando al contempo il vuoto celato sotto al politico. Da Sade a Mao, occidente e oriente, radicalismo e semplificazione, il film salta consapevole da un estremo all’altro, riempiendosi la bocca di discorsi tanto intellettuali quanto inefficaci nella loro oralità assente. La stessa consapevolezza, forse, con cui Godard mostra il cinema nel suo farsi: quanto rimane eversiva una macchina da presa mostrata, se è necessario un suo doppio per permettere tale, illusorio, svelamento? Se oggi tutto è filtrato attraverso l’agonizzante lente dell’ironia, è curioso (ri)vedere un film dove il senso di ambiguità reiterato appare ancora difficile da eliminare. Rimane ancora più di un dubbio riguardo a una frontalità così infantile e reiterata, a una messa in scena brechtiana così didascalica, che sembra però consapevole dei suoistessi limiti. O è forse questa una giustificazione a posteriori? Così come si ha bisogno di profeti reclamati a catastrofe avvenuta, così si cerca di snodare questo intreccio di ludico decostruzionismo farsesco da una parte e di impegnata riflessione politica dall’altra. Se a prima vista, infatti, entrambe le soluzioni risultano oggi datate, rimane comunque l’idea che questa doppia natura sia in grado di oltrepassare i suoi stessi limiti, in questo suo uscire, tuttora, da definizioni prestabilite La cinese, di Jean-Luc Godardper giocarsi al margine. L’impeccabile messa in scena, dal cromatismo agli inserti testuali alle interruzioni sonore allo stesso tempo spontanee e costruite con perizia, incornicia la confusione ideologica che il postmoderno ha reso più docile ma non per questo risolta.

 

Non si giunge mai al fuori, ma ci si avvicina abbastanza per muovere più di una riflessione in proposito, verso un’altra delle tante storie del cinema. Oltre il ’68, oltre il marxismo e il libretto rosso, politica è anche la macchina da presa (e il suo utilizzo).

 

Titolo originale: La chinoise 
Regia: Jean-Luc Godard
Interpreti: Jean-Pierre Léaud, Juliet Berto, Anne Wiazemsky, Michel Semeniako, Lex de Bruijin
Origine: Francia, 1967