FILM IN TV – L'asso nella manica, di Billy Wilder

Film rivelazione datato 1951 ma talmente avanti coi tempi da essere misinterpretato dalla critica e ignorato dal pubblico, L'asso nella manica di Billy Wilder è in realtà un contenitore esplosivo di tutti i vizi e le deviazioni della moderna società occidentale, con una messa in scena lucida e priva di sbavature.

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Billy Wilder racconta la storia di Charles Tatum, giornalista d'assalto alle prese con un ghiottissimo scoop: Leo Minosa, un poveraccio di Albuquerque che cerca nella “Siberia torrida” del New Mexico di sbarcare il lunario rivendendo cimeli di un cimitero indiano, si trova intrappolato da una frana a qualche metro di profondità sottoterra. Charles, interpretato magistralmente da Kirk Douglas, organizza una specie di baraccone mediatico intorno al salvataggio del malcapitato, approfittando della ingenuità dei genitori, della perfidia della moglie (la mefistofelica Jan Sterling) e dell’arrivismo politico dello sceriffo del luogo. L’interpretazione di Douglas è fenomenale: la parlata biascicata, la camminata irrigidita, la sua insensibilità da animale in fuga, il modo in cui si accende la sigaretta sul rullo della macchina da scrivere, lo sprezzo dei valori tradizionali (il quadro ricamato con scritto “Tell the truth” nella redazione del giornale di Albuquerque), la sua conoscenza della mediocrità e curiosità del popolo dei lettori-spettatori.

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L’attenzione di Wilder al dettaglio è maniacale ed eccezionali sono i grandi contrasti fotografici tra le ombre di interni claustrofobici e il mare di luce del paesaggio semidesertico del New Mexico. Dal momento in cui il povero Leo Minosa si ritrova intrappolato sotto tonnellate di roccia scatta lo spietato cinismo di un ambiente circostante manipolato da un giornalista a caccia di brutte notizie perché “sono quelle che vanno a ruba”. Wilder è geniale per la sua messa in scena parodistica di una società americana pronta alla spettacolarizzazione del dolore e alla mercificazione della sofferenza (notate il cartello che ospita i turisti della zona dell’incidente: con il passare dei giorni la tassa di ingresso passa da 25 cents a 1 dollaro). La parodia però si trasforma inevitabilmente in tragedia e si passa dalla violenza dello spettacolo dell’egoismo umano allo spettacolo della violenza reale, in diretta alla televisione o in radiocronaca morbosamente dettagliata.

Billy Wilder inchioda alle loro responsabilità i “pennivendoli del sistema della menzogna spettacolare” e crea una escalation drammatica puntellata da una sceneggiatura sincronizzata con lo squallore morale dei protagonisti. La società americana dei primi anni 50 è caratterizzata dalla psicosi atomica, dalla Commissione per le attività anti-americane e dal fenomeno del Maccartismo, in una delirante caccia alle streghe che è una proiezione paranoica dello spettro del Comunismo. Proprio in quegli anni malsani vengono gettati i semi per la dissoluzione dei generi cinematografici e Billy Wilder è l’autore-pioniere di questa operazione: tutto lo scarto che possiamo provare nei confronti della realtà non trova più la valvola di sfogo nell’immaginario cinematografico: la “terra” di Rossella O’ Hara è diventata un cumulo di macerie che ci ha travolto e seppellito.

Il regista è uno dei grandi iconoclasti che nascondono dietro il sorriso sardonico dei propri personaggi la grande tristezza di uomini in crisi che non perdonano alla società di essere stati esclusi ed emarginati. Rispetto a La fiamma del peccato (1944) dove il mito del denaro era romanticamente sposato a quello della passione, in L’asso nella manica vi è un attacco a 360 gradi che parte dalla disillusione di un singolo individuo e arriva a interessare con effetto a cascata tutti i componenti di una società mistificatrice. Il cinismo di Charles è quello di un uomo un tempo innamorato del mondo e adesso costretto ad assomigliare non più al proprio padre, ma al proprio tempo. Tempo in cui alla carta stampata e alla radio si affianca la televisione in una rappresentazione dello spettacolo che è fondamentalmente eccesso del mediatico.

Le panoramiche lente dall’alto che inquadrano l’accorrere delle macchine dei curiosi sul luogo dell’incidente, il treno carnevalesco organizzato per Leo Mimosa, le giostre e le tende da circo che continuano a macinare soldi mentre il poveraccio è ridotto al tubo dell’ossigeno, la pressione dei mass media verso l’irrazionale e il concitato assemblarsi dei giornalisti sulla notizia come sciacalli (vera o falsa che sia, la disinformazione sembra solo un uso distorto della verità): sono tutte (pre)visioni di ciò che saremmo diventati da lì a trent’anni, consumatori-produttori con il codice a barre al posto della carta di identità.

Billy Wilder poggia il film sulle robuste spalle di un Kirk Douglas ingannevole, seduttore, bugiardo, impostore, capzioso, insidioso, e ci regala un quadro profetico di una società malata che preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà.