L’attimo fuggente, di Peter Weir

Partiamo dalla fine. Partiamo dal fatto che la Apple, per lo spot del nuovo iPad Air, ha scelto di utilizzare le parole pronunciate dal professor John Keating, da allora difficilmente separabile dagli occhi bonari e appassionati di Robin Williams. Che v’è di nuovo in tutto questo, o me o vita? Risposta: che tu sei qui, che la vita esiste. E l’identità. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Queste parole grida Walt Whitman, questo il messaggio lanciato agli studenti di una scuola privata del Vermont negli Stati Uniti nel 1959 da uno di quei “professori illuminati” alle soglie degli anni Sessanta  – che poi di questo messaggio hanno scelto di utilizzare l’aspetto più istintivo e distruttivo, in un sospirare alla vita e alla libertà che ha condotto per certi aspetti alla loro stessa mercificazione. Dal carme oraziano che invitava Leuconoe, mente bianca, a cogliere la giornata, a non pensare al domani, fino all’immagine in alta definizione che la tavoletta pesante quanto l’aria riesce a cogliere, quel seize the day che il giovanissimo Ethan Hawke scrive sul suo quaderno, per poi essere strappato via, si è fatto cardine di un’intermedialità che ormai confina con la vita, e quindi della vita stessa.

Il merito del film, infatti, è quello di aver definito un immaginario, un messaggio non nuovo ma finalmente davvero credibile, possibile, una fede sostenuta da dei tempi che avevano e che hanno l’impressione di essere ormai maturi. Scegliere la poesia, scegliere la cultura, non significa essere istruiti ed essere campioni di citazioni, scegliere la poesia significa scegliere la vita, il necessario struggimento e l’interrotta liberazione che essa comporta.

“Mi ha completamente coinvolto, come un buon romanzo di Charles Dickens, pieno di personaggi e situazioni” racconta il regista quando parla del momento in cui ha letto per la prima volta la sceneggiatura. A differenza de Gli anni spezzati questa gioventù di Peter Weir non deve fare i conti con la guerra “vera”, ma con la tradizione che necessariamente e apparentemente si è insidiata nella struttura “classica” di un film che vanta svariati nomi da Oscar: la fotografia è di John Sale (Oscar per Il paziente inglese), le musiche sono di Maurice Jarre (Oscar per Passaggio in India, Il Dottor Zivago, Lawrence d’Arabia), la sceneggiatura è la prima di Tom Schulman che si è aggiudicato l’Oscar con questo film. Per non parlare del cast che, oltre a Hawke (Explorers, Gattaca, Paradiso Perduto, Prima dell’alba) e a Williams (Popeye, Mrs. Doubtfire, Jack, Insomnia), vanta Norman Lloyd (Salerno, ora X, Il regno del terrore, Alfred Hitchcock presenta) e gli allora giovani Robert Sean Leonard (che ha raggiunto la popolarità grazie alla serie Dr. House – Medical Division), Josh Charles (nelle serie Sports Night, The Good Wife).

La regia regolarissima di Weir pur muovendosi tra tutte le possibilità di campi, sembra prediligere le inquadrature ravvicinate, soprattutto nelle lunghe sequenze in cui i ragazzi si muovono e si spostano disegnando forme geometriche che non fanno altro che scomporsi e ricomporsi.

Se il film può essere accusato di pathos eccessivo, di emozioni tutto sommato semplici (la preparazione e il riconoscimento del suicidio), è anche vero che alcune scene resteranno memorabili magari proprio per questi motivi, o magari perché tratteggiano una vera realizzabile utopia, come quella in cui Williams riesce a sbloccare il timido Hawke oppure, naturalmente, la scena finale con i ragazzi in piedi sui tavoli che, seppur sconfitti, trovano il coraggio di regalare l’ultimo saluto al loro Capitano. Ragazzo, non se lo dimentichi mai