FILM IN TV – Lawrence d'Arabia, di David Lean

Dallo scritto autobiografico I sette pilastri della saggezza di Thomas Edward Lawrence, è l'esempio di uno pseudo-western psicologico mascherato da kolossal epico. La principale linea tematica origina dal grande amore del regista inglese per Sentieri selvaggi di John Ford: il tema del viaggio, le inquadrature in campo lungo, i cammelli al posto dei cavalli, , l’assalto al treno. Vincitore di sette Premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e la regia. Mercoledì 15 ottobre, ore 21.00, Sky Classics

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Esempio di pseudo-western psicologico mascherato da kolossal epico, Lawrence D’Arabia è un film asimmetrico che risente delle diverse linee di tendenza tra il regista David Lean, lo sceneggiatore Robert Bolt e l’attore Peter O’Toole.

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La principale linea tematica origina dal grande amore del regista inglese per Sentieri selvaggi di John Ford: il tema del viaggio con l’incessante movimento di macchina da sinistra a destra, le inquadrature in campo lungo che fanno assomigliare le dune del deserto arabo-saudita del Nefud alla Monument Valley tra Utah e Arizona, i cammelli al posto dei cavalli, le urla dei beduini durate la presa di Aqaba come quelle degli indiani, l’assalto al treno, la continua ricerca di un punto da mettere a fuoco in un orizzonte infinito in cui ogni figura sembra assomigliare a un miraggio (si prenda ad esempio la prima apparizione di Omar Sharif, scena magistrale girata con le lenti Panavision 482 mm che creano un particolare effetto Fata Morgana).

David Lean osa anche col montaggio (di cui è maestro) provando uno stacco ardito tra lo spegnimento di un cerino e il sorgere del sole tra le dune, che proietta lo spettatore, sulle note del leggendario motivo di Maurice Jarre, in un’ avventura fiume (216 minuti nella director’s cut del 1989). Attraverso centinaia di chilometri, tra tempeste e miraggi, sabbie mobili e cannoni, si arriva finalmente nel canale di Suez con l’immagine magrittiana di una nave che spunta a sorpresa alle spalle delle dune. La tendenza alla spettacolarità (che gli frutterà nel 1963 ben sette premi Oscar tra cui miglior film e miglior regia) già evidente nel precedente Il ponte sul fiume Kwai (1957) e che troverà il suo apogeo ne Il Dottor Zivago (1965) è accompagnata da una rigorosa ricostruzione storico-ambientale (15 milioni di dollari i costi totali di produzione) e a una approfondita caratterizzazione dei personaggi principali, tutti rigorosamente di sesso maschile.

Lawrence (Peter O’Toole) in bianco, lo sceriffo Ali (Omar Sharif) in nero e Awda Abu Tayy (Anthony Quinn) in blu, imbastiscono un triangolo di attrazione-repulsione basato sul bisogno primordiale di affermare la propria identità, in un incontro-scontro tra culture differenti. Qui entra in campo lo sceneggiatore Robert Bolt che cerca di riprodurre fedelmente il fanatismo futurista e le contraddizioni della personalità borderline di Thomas Edward Lawrence ben evidente nel suo scritto autobiografico I sette pilastri della saggezza, pubblicato postumo nel 1936, un anno dopo il mortale incidente in moto.

Le prime scene del film ci mostrano un Lawrence clownesco, irriverente, che ridicolizza l’autorità militare con la lingua forbita e la cultura classica (la citazione di Temistocle). Il clima di esaltazione lo porterà nel 1916, durante la Prima Guerra Mondiale, a volere compiere il sogno impossibile della unificazione dei paesi arabi. Il viaggio di Lawrence attraverso il deserto è prima di tutto una verifica della tenuta delle proprie fantasie di fronte ad una realtà durissima fatta di giochi politici (gli inglesi lo usano per ribaltare le sorti della guerra contro i turchi e i tedeschi) e di alleanze complesse con le diverse popolazioni beduine (ma è impossibile l’unità araba quando ci si uccide per un pozzo d’acqua e le diverse tribù non riescono a trovare un accordo attorno a un tavolo diplomatico).

L’unicità e la diversità di Lawrence in un primo momento sono motivo di autoesaltazione e di “astratto furore” fino ad azioni eroiche ai limiti dell’impossibile. Ma quando la morte e la violenza si palesano in tutto il loro orrore (il beduino prima salvato e poi giustiziato a sangue freddo, uno dei servi inghiottito dalle sabbie mobili, l’altro sventrato da una bomba, la sodomia subita nella caserma turca, la strage inutile nel prefinale), Lawrence passa dallo stato maniacale alla depressione, dimostrando la sottile linea d’ombra tra la normalità e la follia. Ma oltre alla presa di coscienza di un mondo cinico e spietato non all’altezza delle proprie aspirazioni, Lawrence realizza anche la propria omosessualità e il contrasto tra la pulsione distruttiva e la sua anima ipersensibile. Nel passaggio da tenente inglese a capo della rivolta araba, Lawrence,  cambiando veste, sdradica le proprie radici ma non riesce a trapiantarsi completamente nel nuovo territorio. La crisi di identità morale e sessuale è palese e non a caso rimane muto alla domanda “chi siete?” quando, attraversato miracolosamente il deserto del Sinai, raggiunge il comando britannico al Cairo. Le promozioni sul campo e il successo con la popolazione araba sono ottenuti al prezzo di una ferita primordiale che associa il dolore al piacere con conseguente senso di colpa. Questa depersonalizzazione crescente con componenti sadomasochistiche è resa perfettamente da Peter O’Toole, qui alla migliore interpretazione della sua carriera: ad una prima impostazione attoriale giocata sulla declamazione e l’enfasi, subentra una progressiva introversione direttamente proporzionale alle morti e al sangue versato, fino ad arrivare al mutismo di fronte al tradimento dei propri fratelli arabi. Da eroe di guerra con corrispondente del Chicago Tribune al seguito che ne racconta le gesta come in una moderna Iliade, Lawrence si trasforma in vittima predestinata di un sistema politico perverso che non conosce la pietà e la parola d’onore, ma il calcolo e il sotterfugio, la retorica vuota e l’interesse.

Travestito da romanzo d’avventura che dovrebbe narrare le gesta eroiche di un personaggio leggendario, Lawrence d’Arabia diventa in realtà l’odissea tragica di un uomo ipersensibile che attraversa i propri deserti e affronta i propri demoni fino ad arrivare sull’orlo dell’abisso, alla fine di sé stesso.

Tutti gli eroi sognano ma non in modo uguale. Quelli che sognano di notte, nelle pieghe polverose della loro mente, si svegliano al mattino constatando che il loro sogno era solo vanità. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perchè vedono il loro sogno a occhi aperti e possono realizzarlo. 

Thomas Edward Lawrence “I sette pilastri della saggezza”.

 

Titolo originale: Lawrence of Arabia

Regia: David Lean

Interpreti: Peter O'Toole, Omar Sharif, Anthony Quayle, Anthony Quinn, Alec Guinnes, Claude Rains

Origine: Gran Bretagna 1962

Durata: 222'

 

 

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