FILM IN TV – Leoni al sole, di Vittorio Caprioli

Scisciò, ma tu senti il calore che fa. Ma gli anni scorsi a giugno non aveva mai fatto così caldo, eh?”.
L’estate è più infuocata che mai. Lo splendore decadente di Positano sullo sfondo, i leoni mollemente adagiati sul materassino, uno sbadiglio voluttuoso, il sole che picchia sulla costa e sul mare, i contorni sfumati tra i vapori acquei dell’afa… Il tempo pare essersi fermato nella perfezione delle “belle giornate”. Pur stando fermo, tutto assomiglia a una promessa di felicità. Eppure, nonostante tutto, il mondo non è immobile. Anzi, corre. È il 1961. E Leoni al sole sembra, a prima vista, celebrare il trionfo di una morale vacanziera, segnare l’apoteosi del cinema “d’evasione”, completamente assorbito negli splendori (e nelle miserie) del consumismo di massa nel punto di massima accelerazione.
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Cos’è quest’esordio di Vittorio Caprioli, dotatissimo e corrosivo uomo di spettacolo (e di varietà), attore di sostanza e guitto di vocazione, interprete di metodo e improvvisatore geniale? Un altro film balneare, in fondo, come quelli in voga in quegli anni. E di sicuro così sarà apparso al pubblico (e ai critici) dell’epoca, ormai abituato agli esotismi di celluloide, a vivere al riparo, nel buio della sala, le scappatele e i brevi amori a Palma di Majorca. Ma c’è una differenza, non di poco conto: gli anonimi tipi da spiaggia di Mattoli si son fatti leoni “ruggenti”. Si respira l’aura del mito. Giugiù, Cocò, Mimì, Scisciò, Frichì: lucidissimi gagà, consapevoli di essere gli ultimi baluardi di una visione. “Noi sapiammo campare, siamo borbonici”, dice il Marchese Aldo Sensale, celebre patron de La Sireneuse. Ed è, questa, una visione complessa, contraddittoria, assurda, eppur dal fascino travolgente. Perché i leoni sembrano sposare l’intraprendenza capitalistica (“servono idee per emergere”), ma solo a patto di declinarla in chiave “laica”, ludica. Per loro il denaro non è un oggetto di culto, ma un semplice mezzo per continuare a tenere in piedi l’illusione del divertissement gratuito, della conquista galante. Anzi, nel loro ostinato rifiuto di un lavoro, di una collocazione attiva nel quadro produttivo, finiscono per incarnare delle istanze antieconomiche, una specie di sacca di resistenza antisistema, destinata a scontrarsi con la morale meneghina della povera Giulia, Franca Valeri, che “si diverte per lavoro”. No, alla fine il loro utilitarismo è fine a se stesso, purissimo edonismo mediterraneo.
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Istintivamente antiborghesi, questi leoni sono aristocratici per vocazione e popolari nella sostanza. Per loro la differenza di classe conta, ma come un aspetto del tutto esteriore. È qualcosa che non riguarda tanto l’ideologia, la politica, l’economia e il danaro (“per me due partiti, chi ha capito e chi non ha capito”), quanto gli atteggiamenti, i modi di comportarsi e di vestire. Tutto è apparenza, certo. Ma proprio per questo il pettegolezzo è un semplice passatempo e la boria è una posa. Ogni distanza è destinata a stemperarsi, sin quasi a svanire nella comunione degli interessi, dei gusti, delle piccole gioie della vita (le alici arrostite sul mare, le belle donne…). Il loro gusto del piacere sembra dannunziano, ma è depurato da ogni retorica, da ogni vacua devozione della presunta sacralità dei gesti. Anzi… per loro la goffaggine è spesso un merito. La bracciata corta, la pancia all’aria, i piedi sporchi. Come degli scugnizzi qualunque, vivono nell’espressione immediata e liberissima di una strafottenza anarchica che sovverte i valori costituiti e ancor più quelli “laureati”. E il piacere, una volta raggiunto, perde consistenza. Perciò anche il successo di un’avventura amorosa si trasforma quasi in una fatica da commiserare. “Sti ppovere braccelle noste, sti carnecelle, mano a chelle doe schifose”…

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No, questo esordio folgorante di Caprioli assomiglia a ben poco altro. Del resto al suo fianco, nella sceneggiatura, c’è Raffaele La Capria e l’eco del suo Ferito a morte (che proprio nel 1961 vincerà il Premio Strega). La parabola lucida e impegnata di Mani sulla città è ancora di là a venire. Semmai c’è un’eco dei Vitelloni. Eppure i leoni sono animali ben diversi. Non sono il semplice specchio di una generazione in crisi morale, né la fotografia di una provincia immobile, quella abitata dai basilischi. Certo, rappresentano un tipo umano unico e straordinario, amorale, indolente, ignorante, apparentemente fuori dalla Storia e dalla “pratica” sociale, eppur figli di un costume e di un tradizione secolare. Quasi la questione meridionale incarnata. Ma fuori da ogni vittimismo, ogni autocommiserazione, al di là di qualsiasi considerazione di merito o demerito. Caprioli e La Capria (cognomi da pecore?) non giudicano mai, non condannano. Del resto loro quei personaggi li hanno conosciuti, frequentati e amati nelle estati gloriose della Costiera. Francesco Morante detto Scisciò, vero dandy in cerca di ispirazione, il signore di un altro mondo, Pelos La Capria, fratello minore dello scrittore. Sono, in fondo, i loro eroi, gli ultimi esempi di “una morale da signori”. E perciò, semmai, il loro sguardo è intriso di una dolcezza disperata, di una malinconia struggente, nutrita dalla chiara percezione di una trasformazione antropologica irreversibile, di una giovinezza perduta. Tutto ha il sapore di un’elegia, di un estremo saluto alle “belle giornate”, ai mercoledì da leoni. Qualcuno resta, qualcuno parte, conscio della fine. Eppure, nonostante ciò, nonostante quegli sfondi finti da cartolina turistica, quelle inquadrature che provano a incorniciare e a imbrigliare i corpi condannandoli alla prigione dei ruoli, rimane un vitalismo irriducibile. Il sogno dell’avventura, della risata libera e gratuita, di una fratellanza utopica. Jammo guagliò, Punta Furore. Il tempo sta cambiando, ma poco importa. “E va bene, è cosa da niente, tutto s’accomoda, pacatamente”.

La rivoluzione o è meridionale o non è.

 

Regia: Vittorio Caprioli

Interpreti: Vittorio Caprioli, Franca Valeri, Philippe Leroy, Serena Vergano, Vittorio Pugliese, Francesco Morante, Riccardo Parisio Perrotti, Anna Campori, Carlo Giuffrè

Durata: 100′

Origine: Italia, 1961