FILM IN TV – "L'imperatore di Roma" di Nico D'Alessandria

l'imperatore di romaL’imperatore di Roma è uno spaccato di vita di Gerry (Gerardo Sperandini), tossicodipendente e alcolizzato, che racconta delle sue tristi giornate, pressappoco identiche l’una all’altra, trascorse sulle vie della capitale ad elemosinare o rubare soldi da spendere per la droga e il vino. Troppo spesso è stata definita “pasoliniana” l’opera prima di Nico D’Alessandria, ma si tratta probabilmente di una definizione sbrigativa e troppo superficiale che poco ci dice di questo film. Se si esclude l’ambientazione nella periferia romana e la scelta di un cast di attori non professionisti di bassissima estrazione sociale, poche restano le affinità col cinema nazional-popolare degli anni ‘60 portato sullo schermo da Pasolini, a meno che non si compia l’errore di considerare Gerry come una reincarnazione di Accattone o come la clonazione di uno dei personaggi che popolano l’ambiente del sottoproletariato urbano di Mamma Roma. Gerry non è il prodotto dell’ambiente che lo circonda, ma un rifiuto di esso, uno scarto della società che non trova nessuna forma di solidarietà né di accettazione intorno a sé: ridotto ad un guscio vuoto egli vaga ignorato dal mondo circostante dall’inizio alla fine del film. E il film vuole raccontare, o meglio mostrare, questo suo solitario vagare, descrivere la realtà di un uomo i cui dialoghi si riducono a monologhi e che deve giungere al punto di spogliarsi e camminare nudo per attirare su di sé l’attenzione e attestare così per una volta la propria esistenza agli occhi degli altri.


Il punto debole del film è probabilmente rintracciabile nell’assenza di una ben definita costruzione narrativa, il che comporta, tra le altre cose, una caratterizzazione molto approssimativa dei personaggi secondari e un’insistenza eccessiva sulle lunghe camminate di Gerardo Sperandini, il quale, portando in scena parte della propria esperienza personale, non lascia comprendere sempre con chiarezza dove finisca l’attore e inizi il personaggio. Come dire: cinema-verità che eccedendo nella verità rischia di lasciare poco spazio al cinema e che fa leva, forse troppo dogmaticamente, sul pedinamento zavattiniano  più che sul cinema di poesia pasoliniano, pur rammentando quest’ultimo in un paio di citazioni dirette: la caduta dalla moto di Gerry e la sua immobilizzazione sul letto di contenzione che rimandano rispettivamente al finale di Accattone e alle drammatiche scene della morte di Ettore in Mamma Roma.
Lo sguardo lucido dell’autore si distacca dalla realtà del personaggio per raggiungere un elevato grado di oggettività che non tradisce falsi sentimentalismi e non vuole impartire lezioni morali sulla tossicodipendenza; l’unico obiettivo resta quello di mettere in scena un processo di autodistruzione e di progressivo annullamento che, trova il suo contrappunto visivo nella scelta, un po’ semplicistica, del bianco e nero.
Il momento migliore del film è condensato nei venti minuti finali durante i quali esplode il “lucido delirio” del protagonista che intraprende una riflessione sulla storia e sul tempo in un mixage mentale di passato e presente sottolineato dalle sferzanti note di chitarra elettrica che accompagnano il vagare (per una volta non solo fisico, ma anche mentale) del protagonista.

 

Regia: Nico D’Alessandria
Interpreti: Gerardo Sperandini, Giuseppe Amodio, Fulvio Meloni
Durata: 90’
Origine: ITA, 1987
Venerdì 6 marzo, ore 02.45 Raitre

Un commento

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    visto questo film mi sono sentita a casa.grande gerardo,noi sappiamo…non è scarto della società,è solo voglia di'libetà'..è la società che scarta,è la società che è uno scarto,noi lo sappiamo.. <br />