FILM IN TV – "Lupo solitario" di Sean Penn

lupo solitario di sean penn
Nel cinema di Sean Penn c'è sempre una crasi tra il gesto e l’Utopia che porta gli anti-eroi raccontati dall’attore regista a fallire, a completare il proprio percorso spirituale nell’autodistruzione fisica e affettiva. E questa aspirazione fallita, in un certo senso, si riflette nella dimensione esplicitamente autoriale del suo cinema, nella sua visione settantesca ed esteticamente nostalgica, fatta di rallenti, zoom, crepuscolari campi lunghi, che è un dialogo a distanza col cinema dei padri –Venerdì 10 aprile, ore 23.30 Cult 

lupo solitario di sean pennSuperficialmente sottovalutato alla sua uscita nel 1991, l’esordio registico di Sean Penn è un film che in sé ha già ben delineati i  contorni di una poetica nordamericana fatta di individualismo, scrittura affettiva e viscerale legame col paesaggio. Anche qui infatti, pur raccontando la storia intimista di un legame impossibile tra due fratelli in una cittadina del Nebraska,  la Natura ricopre un ruolo prioritario – sin dal magnifico prologo in cui un pirotecnico inseguimento automobilistico, fuga impossibile che non a caso viene a concludersi con una morte, si delinea lungo un paesaggio innevato che già preannuncia il distacco desolante e cupo del bellissimo La promessa, senza contare ovviamente la contemplazione incantata e traditrice dell'ultimo Into the Wild. Il messaggero indiano (ovvero l'indian runner del titolo originale) di Sean Penn è la struggente parabola famigliare di due fratelli, lo sceriffo Joe (David Morse) e Frankie (Viggo Mortensen, il cui corpo inciso da tatuaggi e ferite, anticipa di 15 anni il “trattamento” cronenberghiano), reduce dal Vietnam con precedenti penali alle spalle. La loro comunicazione a distanza, non troppo lontana da quella polifonica tra Alexander Supertramp e la sorella in Into the Wild, è quindi la radiografia di un altro dramma famigliare basato su sofferenza, sacrificio e sulla sconfitta inappellabile dei capifamiglia . Ancora una storia di figli senza padri. Di rimpianti alimentati dal fuoco di un passato che brucia l'anima.

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La vera ossessione di Penn è sempre stata l’incapacità dell’individualismo americano di essere all’altezza del suo spessore filosofico-culturale. C’è sempre una crasi tra il gesto e l’Utopia che porta gli anti-eroi raccontati dall’attore regista a fallire, a completare il proprio percorso spirituale nell’autodistruzione fisica e affettiva. E questa aspirazione fallita, in un certo senso, si riflette nella dimensione esplicitamente autoriale del cinema di Sean Penn, nella sua visione settantesca ed esteticamente nostalgica, fatta di rallenti, zoom, crepuscolari campi lunghi. Un cinema “figlio” che nella sua progettualità indipendente lascia intravedere la necessità, quasi disperata, di una comunicazione coi padri artistici (Arthur Penn, Malick, per certi versi Peckinpah e lo stesso Eastwood). La vera potenza di Sean Penn cineasta è forse proprio nella sua ambiziosa insicurezza, nell’eccesso estetizzante di una ricerca di stile, e di un dialogo ideologico a distanza con una certa generazione del cinema americano, costantemente in bilico tra ispirazione poetica e intenzionalità artificiosa.   

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Titolo originale: The Indian Runner
Regia: Sean Penn
Interpreti: David Morse, Viggo Mortensen, Patricia Acquette, Valeria Golino, Charles Bronson, Dennis Hopper
Durata:
125’
Venerdì 10 aprile, ore 23.30 Cult 

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