FILM IN TV: "L'urlo della battaglia" di Samuel Fuller

Seconda Guerra Mondiale. Birmania: un battaglione americano di tremila uomini, al comando del generale Frank Merrill, deve recuperare posizioni per evitare il ricongiungimento, attraverso l'India, dell'esercito giapponese con quello tedesco. Gli uomini sono allo stremo, affamati, assillati dal tifo, dalla malaria e dalla febbre gialla. Prima di tornare a casa, manca un obiettivo importante: l'occupazione della città di Myitkyinâ. E' questa la storia de L'urlo della battaglia, il film girato da Fuller nel 1962 e sceneggiato dallo stesso regista insieme a Milton Sperling, a partire da un libro di Charlton Ogburn jr. E il risultato, nonostante le pesantissime ingerenze della Warner (che tolse a Fuller la supervisione del montaggio e introdusse un finale retorico e patriottico), è una lucidissima indagine sui temi della guerra, dell'eroismo, della paura e del potere. "Quando ti ho dato i gradi ho fatto di te un comandante e quando si comanda si sacrifica la gente, amica o nemica che sia". Sono le parole che il generale Merrill (Jeff Chandler) dice al tenente Stockton (Ty Hardin), per convincerlo a continuare l'operazione. Poco prima Fuller ci mostra Merrill allontanarsi mestamente dai suoi uomini per maturare le sue decisioni. Una vera deviazione dal centro della scena, uno scarto centrifugo, che isola il generale in alto a sinistra nell'inquadratura. I percorsi del potere deviano dalle ragioni e dal buon senso della normalità. Ecco: il comando è solitudine e responsabilità, richiede dolore e sacrificio, a costo dell'impopolarità. Merrill assume su di sé il peso delle sue scelte.

Eppure non può fare altrimenti. Quando si accetta la guerra, bisogna accettarne tutte le assurde logiche, sino alla fine. Andare avanti. "Se hanno un minimo di forza, devono farcela ancora". Vince chi rimane in piedi, chi ha l'ultima pallottola, chi ha l'ultimo briciolo di energia per annientare l'avversario. E' questo l'essenza della guerra. Un incubo che nelle immagini di Fuller si tinge del verde della foresta e si oscura di polvere e fumo. La macchina da presa, come la morte, si annida nelle pieghe della vegetazione, si nasconde nel buio pesto o negli anfratti delle rocce. E se la guerra è la razionalità tattica dei movimenti di macchina e dei dolly, è anche la velocità del montaggio. Se è ampiezza della visione (militare e cinematografica), è anche la claustrofobia del vicolo cieco, dell'inevitabilità del corpo a corpo. Merrill alla fine cede, stremato da anni di battaglia e da malattie tropicali. Ma i suoi uomini, ridotti ad un centinaio, continuano, si lanciano nell'ultimo assalto. Vinceranno. Ce lo dice la storia (al punto che nell'esercito americano è stata istituita una Forza speciale chiamata Merrill's marauders, i predatori di Merrill). Ma anche se fosse andata diversamente, sarebbero stati comunque degli eroi. Come gli uomini di Leonida alle Termopili. Perché l'eroismo non è nella vittoria. Ma è nell'atto della sfida, nell'affrontare con coraggio la morte, nel caricarsi sulle spalle il rischio della sconfitta. La stessa sfida di un grande regista contro le ragioni della produzione.

L'URLO DELLA BATTAGLIA (Merrill's Marauders)


Regia: Samuel Fuller


Interpreti: Jeff Chandler, Ty Hardin, Peter Brown, Andrei Duggan, Will Hutchins, Luz Valdez


Origine: USA, 1962


Durata: 98'


Giovedì 6 luglio, La7 ore 14