FILM IN TV – Nashville, di Robert Altman

Film fiume, manifesto di una generazione, microcosmo iperrealista che (di)segna l’anima americana, summa di una stagione irripetibile che ricordiamo come New Hollywood…Nashville è la rottura del sistema di azioni/affezioni del cinema classico hollywoodiano, è uno squarcio al velo di maya chiamato american dream, è un atto d’amore lancinante verso il cinema. Martedì 15 luglio, ore 2,20 su Rai Movie

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Ed ora, dopo anni di preparazione, Robert Altman vi porta a Nashville, con 24 delle vostre star preferite…

Uno speaker radiofonico (ci) presenta così il film che sta per iniziare. Il cinema, denudato in un fulmineo cortocircuito metatestuale, spiazza il suo spettatore già dalla primissima inquadratura. Ecco: cosa dire oggi, ancora, di Nashville? Film fiume (163 minuti), manifesto di una generazione, microcosmo iperrealista che (di)segna l’anima americana, summa di una stagione irripetibile che ricordiamo come New Hollywood, ecc. E allora risulta obiettivamente impossibile “organizzare” un breve discorso che sia minimente esaustivo sull’incredibile esplosione di significa(n)ti che il film produce ancora oggi, all’ennesima visione. Proviamoci.

All’origine c’è la suggestione di un Festival di musica country organizzato ogni anno nella capitale del Tennessee. Robert Altman incarica la sua collaboratrice e sceneggiatrice Joan Tewkesbury di recarsi a Nashville per i sopralluoghi di un misterioso film da produrre…da lì in poi la sceneggiatura deraglierà dalle sue regole classiche per abbracciare una costante ri-formulazione di micro-narrazioni sempre al confine tra esperienza quotidiana e costruzione finzionale. Ecco cosa dice Bob Altman a proposito:

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Misi insieme un gruppo di attori, ventiquattro, a cui chiesi di scrivere i dialoghi. Facemmo tutto sul posto, cambiammo tutto sul posto, era tutto molto legato all’ambiente. Creavamo gli eventi e li documentavamo

In questo sublime paradosso verbale “creavamo eventi e li documentavamo” è concentrata tutta la carica rivoluzionaria del suo film. Uno spettacolo (il Festival “autentico”) a cui si sovrappone un altro spettacolo (gli attori in scena) per costruire un terzo Spettacolo (il film che noi guardiamo): ecco il famoso “caos fertile” teorizzato da Altman sin dai tempi di M.A.S.H. Un caos che produce la dispersione di ogni traiettoria filmica tradizionale in una miriade di piccoli Spettacoli quotidiani (le feste, le prove, i concerti, gli happening) che celebrano il bicentenario USA (siamo nel 1976) sotto l’egida dell’invisibile candidato alla presidenza Hal Philip Walker che erige il simulacro della politica nel Partenone ricostruito in piena città.

Il film è la configurazione di questo caos. Amori, infatuazioni, tradimenti, business, violenza repressa, sopraffazioni, sguardi perturbanti, corruzioni, psicosi, fucili nascosti in innocenti custodie, famiglie modello che covano mostri…il tutto racchiuso in frasi accennate, canzoni (s)vuot(at)e, personaggi appena abbozzati, un fuoricampo pressante e un montaggio che letteralmente frantuma il tempo diegetico. Da un lato la mastodontica allegoria dell’alveare americano piombato nell'oblio etico/politico del post-Watergate, incarnata da 24 destini che si intrecciano (una epocale generazione di attori: Keith Carradaine, Lily Tomlin, Geraldine Chaplin, Jeff Goldblum, Karen Black, Michael Murphy, Scott Glenn, ecc); dall’altro la costruzione di un fiammeggiante iper-testo aperto che produce una babele di traiettorie potenzialmente percorribili solo dallo spettatore che guarda.

Sino ad arrivare al megaconcerto finale. All’omicidio della candida e malata cantante Barbara Jean mentre glorifica le origini, “mama and daddy in my Idaho home”, uccisa da Kenny, il tipico ragazzo americano trasformato in macchina di morte. E poi la celeberrima frase “state calmi, qui non siamo a Dallas, siamo a Nashville, fate vedere di che pasta siamo fatti, cantate, qualcuno canti!”. Probabilmente una delle sequenze più agghiaccianti della Storia del cinema. Il crudo smascheramento che accade sotto i nostri occhi, in pochi frame, prima che la maschera venga ricreata e il trauma venga rimosso in Spettacolo. Canterà qualcuno, sì. E canterà It don’t worry Me, “questo non deve preoccuparmi”. Altman inquadra la bandiera americana, pian piano si ricomincia a sognare, lo shock viene assorbito e sublimato lasciando però cicatrici indelebili. Nashville è la rottura del sistema di azioni/affezioni del cinema classico hollywoodiano perchè configura la messa in dubbio di quell'eccezionalismo americano che eticamente lo sorreggeva. Nashville è uno squarcio al velo di maya chiamato american dream, polverizzato dagli omicidi dei fratelli Kennedy, dal napalm in Vietnam e dalle contestazioni in patria. Tutti fantasmi che trovano qui la loro più fertile configurazione filmica. Ma Nashville è anche un atto d’amore lancinante verso il cinema americano e i suoi spettatori. Insomma: Nashville è, oggi più che mai, un capolavoro irripetibile.

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