FILM IN TV – Nightmare: nuovo incubo, di Wes Craven

Nightmare Nuovo incuboEro convinta che Wes avesse chiuso con i film dell'orrore: le parole che Craven fa pronunciare a Heather Langenkamp sono abbastanza emblematiche del suo sentire in quel particolare periodo di transizione che si viene a creare alla metà degli anni Novanta. È un moto che divide l'autore fra la voglia di allargare i propri confini artistici, prefigurando la chiosa “seria” de La musica del cuore, con cui concluderà il decennio; e, per contro, il desiderio di ristabilire la centralità delle icone create un decennio prima e messe in crisi tanto da una serializzazione selvaggia, quanto da un'insorgente campagna all'insegna del politically correct, tipica dell'America anni Novanta, dove l'horror si ritrova suo malgrado sul banco degli imputati (“non avrà fatto vedere a Dylan uno dei suoi film? è la domanda che la Langenkamp si sente rivolgere da una burbera infermiera).

A spiccare è quindi il gioco metanarrativo con cui il primo, indimenticabile, Nightmare – Dal profondo della notte viene smontato e ricostruito. Il Mito viene infatti ricondotto a una matrice umana che affonda nel disagio della protagonista attraverso il suo rovesciamento di ruolo: Nancy era figlia di un contesto dove l'assenza dei genitori costringeva i figli ad affrontare in proprio le colpe ereditate dagli adulti; ora, al contrario, Heather è una madre che deve difendere il figlioletto Dylan da un Krueger che ha assunto esplicitamente la caratura di corruttore dell'innocenza – tema da sempre caro a Craven. Il villain ustionato passa così per un'autentica rinascita, un'elevazione ad archetipo che non solo attinge da una ricca tradizione fiabesca e cinematografica – evidenti le citazioni da “Hansel e Gretel”, Nosferatu e, soprattutto, L'esorcista, amatissimo dal regista – ma permette al film di porsi come sequel e allo stesso tempo rivisitazione dell'originale, secondo uno schema che due anni dopo troverà un corrispettivo nel Fuga da Los Angeles di John Carpenter. Craven evita le derive pop (che fanno capolino solo nel pittoresco scontro finale all'Inferno), per cercare di mantenere viva una palpabile suspense, un senso dell'attesa che scava nei timori di una Heather Langenkamp completamente dedita alla parte.

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Le istanze quindi sono molte, e spingono a tornare a raccontare, esaltando il ruolo salvifico di una narrazione che è tanto efficace quanto più riesce a mantenere uno sguardo lucido sul genere e sulle sue ricadute nel reale. Non a caso, Nightmare: nuovo incubo è, rivisto oggi, molto più addentro alle dinamiche del cinema dell'epoca di quanto non apparisse alla sua uscita. Non solo perché si immerge in un contesto storico di disordini dell'animo simboleggiati dalla furia del terremoto (come in America oggi di Altman e nel già citato Fuga da Los Angeles), ma anche perché si inserisce in un prolifico filone che nella prima metà degli anni Novanta ha cercato, con immeritato riscontro di pubblico, di elevare il genere: superate le derive splatter del body horror anni Ottanta, la sfida che si apriva era quella di dare forma a un mondo reificato sulla base di paure tanto ancestrali e “classiche” quanto incistante nella modernità. Nightmare: Nuovo incubo come Cabal, Candyman, Il seme della follia e Il Signore delle illusioni, insomma. Una sfida troppo colta e ambiziosa per un genere che continua a essere percepito come semplice materia da disagio adolescenziale, lontana dalle istanze dell'età adulta: il pubblico quindi non ha accettato la sfida, lo stesso Craven ne prenderà atto quando ripiegherà il discorso in senso più tradizionale con la saga di Scream.