FILM IN TV – Salvate il soldato Ryan, di Steven Spielberg

“C’è sempre qualche ragione per l’uccisione di un uomo. E’ invece impossibile giustificare che viva. “Albert Camus

 

Non un film di guerra ma un film contro la guerra. Non un film di propaganda americana ma una dichiarazione di indipendenza dalle follie del potere, dagli orrori bellici. Nelle varie analisi di Salvate il soldato Ryan si è sempre perso di vista il dettaglio, lasciandosi abbagliare dalla imponenza dell’operazione (il budget di 120 milioni di dollari, i cinque Oscar vinti, la rivalità con il contemporaneo Malick de La sottile linea rossa), così dimenticando la deformazione favolistica, l’etica della famiglia e della fratellanza, la complessità del rapporto padre-figlio.

salvate il soldato ryanSpielberg spara i primi venti minuti dello sbarco in Normandia senza prendere fiato e con i decibel al massimo volume. L’effetto finale è una esperienza sconvolgente per lo spettatore: una successione infinita di spari, urla, vomito, arti mozzati, mari rosso sangue, budella, schizzi di fango, riprese subacquee, assenza di sonoro (sordità da effetto scoppio), proiettili che disegnano sul fondo marino traiettorie letali, caos, confusione, derealizzazione, fino al tremore della mano come da shock post traumatico. Un montaggio visivo e sonoro che va verso l’attrazione spettacolare. L’estetica che guida Spielberg non è perfettamente aderente al cinema classico americano ma tende vistosamente a contaminarsi con l’iperrealismo postmoderno del cinema di metà anni 90: un vero e proprio inferno sulla terra con la steadycam che traballa ad ogni esplosione, fino a perdere di vista l’oggetto della messa a fuoco. Anche quando cita i grandi maestri, Spielberg inserisce un elemento destabilizzante che è nascosto nella apparente linearità degli avvenimenti. Nella scena del cecchino tedesco che richiama Full Metal Jacket di Kubrick, si inserisce un elemento perturbante fuori contesto: una figlia schiaffeggia ripetutamente il padre, reo di averla voluta affidare al soldato americano. E il rapporto genitore figlio è ribadito dalla interazione tra il capitano Miller (Tom Hanks) e l’ultimo dei Ryan (Matt Damon) con un senso di colpa edipico ribadito sino al fotogramma finale. Non ci sono solo botti ed esplosioni, inseguimenti del gruppo di Searchers in terra nemica tra mille trappole (Spielberg ammette il debito con Sentieri Selvaggi); c’è anche il contemplare le prime gocce di pioggia sulle foglie (una citazione di Narciso nero), le confessioni di uomini al lume di candela, le lettere insanguinate che passano di mano in mano come una maledizione e anche un colpo di teatro: tra le macerie di un villaggio francese occupato dai nazisti, il grammofono diffonde nell’aria le note di Tu es partout di Edith Piaf ad anestetizzare il dolore (“l’arte ha valore perché ci porta via da qui” ). Lo stato di grazia di Spielberg si nota anche in quei piccoli avvolgenti movimenti di macchina che sembrano accarezzare i personaggi: esemplificativa è la scena in cui mamma Ryan guarda l’auto militare che si avvicina verso casa e realizza il dramma che sta per compiersi; o ancora quella in cui le dattilografe battono centinaia e centinaia di lettere che annunciano la morte di un soldato. Quando all’inizio viene inquadrato il cimitero dei caduti di guerra in Normandia l’effetto prospettico della moltitudine di pietre tombali è amplificato dalla fotografia di Kaminski che esalta il bianco della lapide.

salvate il soldato ryan spielbergNon è vero che gli americani siano dipinti come eroi e i tedeschi come iene: il gesto più atroce del film lo compie proprio il giovane interprete Jeremy Davies che, come Christian Bale ne L’impero del sole, perde definitivamente la sua innocenza. Ed è ingeneroso dire che Spielberg cade spesso nella retorica: in realtà vengono sottolineati gli errori strategici di chi ha progettato lo sbarco in Normandia (sottovalutazione delle forze nemiche, lanci sbagliati, personale inesperto), la grande paura che attanaglia generali e reclute (i discorsi al quartier generale, i tremori del capitano Miller, l’inesperienza che fa scambiare tedeschi con cechi, il discorso al Ryan sbagliato che si colora di notazioni grottesche) e i dubbi su quante vite si debbano sacrificare per portare sano e salvo a casa il soldato Ryan (la missione è definita FUBAR: fucked up beyond all recognition).

Premiato con 5 Oscar (miglior regia, miglior montaggio, migliore fotografia, migliore sonoro e miglior montaggio sonoro), Salvate il soldato Ryan è un film complesso che riscrive le regole del war-movie nascondendo, dietro una struttura classica, una forte ambivalenza morale che tende a fare collidere gli opposti: da una parte i dubbi di chi in guerra varca i confini del lecito per portare a termine la propria missione, dall’altra il senso di colpa dei sopravvissuti che debbono “meritarsi” questo sacrificio. Le ultime immagini, richiamando il finale di Schindler’s List sembrano in realtà metterlo in discussione: per evitare la morte di un uomo quante vite bisogna sacrificare? Chi salva una vita salva davvero il mondo intero?

Titolo originale: Saving Private Ryan

Regia: Steven Spielberg

Interpreti: Tom Hanks, Matt Damon, Tom Sizemore, Edward Burns, Barry Pepper, Jeremy Davies

Durata: 167′

Origine: Usa 1998

Genere: guerra

Venersì 3 giugno, ore 1.00, Sky Max