FILM IN TV – Tutti gli uomini del Presidente, di Alan J. Pakula

La verità è più difficile da rendere credibile della finzione, sullo schermo. C’è una infinità di dettagli in questo film così da rafforzare il senso di realtà, ma non è certo un documentario: non volevo usare il bianco e nero perché avrebbe istantaneamente qualificato il film come “serio” o “nostalgico”, né volevo usare tecniche da cinegiornale. All the President’s Men è il film più parlato che ho mai fatto. Tratta del potere della parola, la penna che è più potente della spada, la macchina da scrivere come arma.” Alan J. Pakula

Lo scandalo Watergate fu uno degli episodi più importanti nella storia degli Stati Uniti e portò nell’agosto del 1974, dopo circa due anni di indagini e rivelazioni, alle dimissioni dell’allora presidente repubblicano Richard Nixon. Due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, ebbero un ruolo determinante nello scoprire il sistema corruttivo e di spionaggio su cui si basava l’amministrazione Nixon, e furono i primi esempi di “investigative journalism” capace di influenzare la opinione pubblica e le accademie della carta stampata.

tutti gli uomini del presidenteRobert Redford, reduce dal grande successo de I tre giorni del Condor (1975), consigliò i due reporter di scrivere un libro sulla vicenda (All The President’s Men, titolo che richiama alla memoria All King’s Men di Robert Rossen del 1949 ), ne comprò i diritti e propose ad Alan Pakula la regia dopo avere apprezzato il notevole Perché un assassinio (The Parallax View, 1974). Il binomio Redford-Pakula è alla base della fortuna dell’opera: da un lato il forte impegno civile che ha sempre sostenuto il grande attore americano, dall’altro il talento visionario del regista ebreo di origini polacche sostenuto dalla fotografia crepuscolare del genio Gordon Willis. Come plusvalore, l’interpretazione di Dustin Hoffman nel ruolo di Carl Bernstein, giocata tutta in contrasto con quella del collega Redford-Woodward: tanto uno è umorale, nevrotico, istintivo tanto l’altro è compassato, rigoroso, razionale. L’obiettivo è ristabilire la verità dei fatti contro le pressioni politiche e le intimidazioni del Sistema di Potere, affermando la sacralità del Primo Emendamento. Pakula gioca abilmente con i contrasti di luce: la redazione del Washington Post, ricostruita in studio con precisione kubrickiana (Oscar per migliore scenografia) è inondata dalla luce artificiale di grossi pannelli rettangolari. Al contrario il garage dove Bob Woodward incontra “Gola Profonda” è immerso nelle tenebre e dell’informatore riusciamo solo a vedere gli occhi e ascoltare lapidarie sentenze: “Io non amo la stampa,  perché  non amo la superficialità…Segui il denaro.

dustin hoffman e robert redford in tutti gli uomini del presidenteE ancora il foglio bianco sulla macchina da scrivere mentre il suono dei tasti richiama colpi di mitragliatrice. E subito dopo, la scena notturna dell’effrazione al residence Watergate con le torce elettriche che perforano il buio. Bianco-nero. Luce-tenebra. Verità-Menzogna. In un film che è molto parlato in maniera anti-spettacolare e che non inserisce alcun personaggio di fantasia cercando di rispettare scientificamente i fatti, ci sono momenti di puro talento visionario: la scena della biblioteca con la plongeè che raggiunge altezze vertiginose; altre riprese in verticale della città a spiare misteriosi movimenti di automobili; rapidi carrelli laterali all’interno della redazione del Washington Post a seguire le corse frenetiche dei cronisti per lo scoop o l’incedere imponente del direttore del giornale Benjiamin Bradlee (Jason Robards, meritato Oscar migliore attore non protagonista). Bob e Carl interrogano una serie infinita di persone ma si impantanano sulle censure e sulle reticenze: il rischio è di cadere nella paranoia e di intravedere il nemico in ogni piccola ombra che si muove nell’oscurità. Come nei precedenti film Klute (1971) e The Parallax View (1974) il clima di sospetto viene amplificato attraverso il sonoro (lo squillo di un telefono, la sgommata di una macchina) e con magistrali tagli di luce orchestrati da Gordon Willis. Pakula supera il cinismo di Quarto potere (1941) di Orson Welles e la parabola morale di Mr. Smith va a Whashington (1939) di Frank Capra per intervenire direttamente sulla realtà: il film ottenne un grande successo di pubblico e fu capace di influenzare il duello presidenziale del 1977 tra Gerald Ford e Jimmy Carter facendo pendere la bilancia dalla parte del candidato democratico. Vedere il presidente repubblicano Nixon in televisione giurare fedeltà alla Costituzione americana mentre sullo sfondo Bob Woodward sta battendo a macchina il suo tremendo atto d’accusa, porta lo spettatore a formulare il proprio “impeachment” al sistema.

Vincitore di 4 Oscar (attore non protagonista, sceneggiatura non originale, scenografia e sonoro) Tutti gli uomini del Presidente è cinema di denuncia teso a ristabilire il primato della verità sugli intrighi del potere. E’ anche un omaggio alla intraprendenza del singolo individuo contro il castello kafkiano della autorità, un elogio della forza devastatrice della parola scritta su ogni forma di abuso. E non è un caso che il film si chiuda su una macchina da scrivere che continua a narrare lo sviluppo degli avvenimenti futuri. In fondo aveva ragione Orwell: “Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”.

Titolo originale: All the President’s Men

Regia: Alan J. Pakula

Interpreti: Robert Redford, Dustin Hoffman, Martin Balsam, Jason Robards, Jack Warden, Hal Holbrook, Jane Alexander, Ned Beatty

Durata: 138′

Origine: Usa 1976

Mercoledì 27 gennaio, ore 1.55, Rete 4