FILM IN TV – Umberto D., di Vittorio De Sica

Umberto D., De SicaAbbiamo bisogno di un altro neorealismo? Oppure. L’Italia cinematografica è mai uscita davvero dal neorealismo? L’occasione di questa riflessione su Umberto D. sembra stimolare, quasi naturalmente, queste domande.

 

Il film di De Sica del 1952 fu accolto con una certa freddezza dalla critica, non solo nostrana, e non fu compreso dal pubblico. La politica, Andreotti, già da allora plenipotenziario di un’Italia in piena ricostruzione, non amò quel film affermando che rendeva un pessimo servizio alla causa. Gli annali della storia del cinema raccontano aneddoti e curiosità. Ma a ben guardare non si tratta né dell’uno, né dell’altro, sono pezzi della storia di questo Paese che i film e quanto succedeva – e succede ancora oggi attorno allo spettacolo – in quegli anni raccontano così bene delle meschinità di una classe per lo più disattenta, a volte ignorante e spesso solo biecamente interessata. Il cinema tenta di raccontare la vita con le sue miserie o con la ricchezza dei sentimenti e Umberto D. scava ferocemente, impietosamente e con le lacrime agli occhi nella povertà dell’Italia post-bellica. Per De Sica era la creatura più amata. Il film era nato forse da un omaggio che Zavattini volle fare a De Sica, il quale un giorno si sentì dire dal suo amico scrittore, vorrei fare un film su un uomo che si chiama Umberto D., ma Umberto De Sica è il nome di mio padre, disse il regista. Questi in verità non volle mai chiedergli se nelle intenzioni di Zavattini ci fosse il desiderio di ricordare il padre. La questione morì lì e De Sica non ne parlò mai più. L’interpretazione fu affidata a Carlo Battisti, professore di glottologia all’Università di Firenze che seppe entrare nei panni dimessi e malinconici di un pensionato ministeriale alle prese con i debiti e la paura del domani e come unico amico un cagnolino di nome Flick che non riuscirà ad abbandonare e che forse lo salverà dal suicidio.

Umberto D., nel suo frammentarsi dei fatti, i fatti qualsiasi come diceva Zavattini, è lo specchio di una condizione umana,Umberto D., Maria Pia Casilio piuttosto che un film che guarda alla situazione sociale dell’epoca. Questa era forse l’evoluzione ultima di un neorealismo che trovava in questo film una chiave di chiusura di un’epoca, un doloroso canto del cigno che si fa reale nella tragica e non risolvibile solitudine di Umberto D. Non c’è, nel film, alcuna necessità drammatica che utilizzi la narrazione a questo scopo. La costruzione del climax drammatico avviene attraverso i fatti narrati. Non è, in altre parole il dramma a venire prima dei brevi episodi delle giornate del protagonista. È proprio questa particolare struttura narrativa che concede tempo alla durata, piuttosto che alla diegesi narrativa che fa dire ad André Bazin che il film è proustiano poiché non sacrifica la durata del tempo reale al racconto. Umberto D. per Bazin è la continua rappresentazione del reale. Al “tempo perduto e ritrovato” di Marcel Proust corrisponde in una certa misura il “tempo scoperto” di Zavattini, questi, nel cinema contemporaneo, è qualcosa come il Proust dell’indicativo presente, afferma lo studioso francese a proposito del Umberto D., Flickfilm. A riprova, comunque e per onestà intellettuale, di una certa sottile diffidenza rispetto al cinema della coppia di autori del neorealismo, va segnalata la posizione di Luigi Chiarini. Riteneva che il cinema di De Sica, che parlava più al cuore che all’intelligenza, fosse fondato su una poesia minore e quindi commovente in senso buono affidando alla speranza e alla bontà ogni possibile salvezza. Se questo appartiene ad un certo filone della nostra tradizione e se contribuisce ad umanizzare i personaggi, è vero però, secondo l’autorevole critico, che ciò ne limita il valore e rende questi personaggi quasi impreparati davanti alla realtà che incontrano rischiando di assumere così un valore da bozzettismo.

Ma il valore di Umberto D. vive in quella mai consumata efficacia espressiva, che frantumando la durata dell’evento ne prolungano l’effetto restituendo la continuità del reale nell’accezione baziniana.  Prova ne sia la sequenza del risveglio della domestica, la mite Maria Pia Casilio.

Per entrare quindi a fondo nel film forse più struggente del nostro cinema vanno lasciate da parte tutte le pregiudiziali, perfino teoriche e seguire, nel tempo che è anche tempo dei giorni nostri l’amara solitudine di Umberto e del suo fido Flick, unico affetto del protagonista. In quella amara solitudine riconosciamo il nostro presente delle innumerevoli storie che attraversano le nostre informazioni. E se l’incipit del film ci porta drammaticamente, in una realtà contemporanea nonostante i sessanta e rotti anni che ci separano, il prosieguo non ci fa che ripiombare nel disperato presente di unaUmberto D., 1952, Vittorio De Sica cronaca spesso impietosa in cui si perpetuano gli Umberto D. del quotidiano.

E quindi se dovessimo rispondere alla domanda iniziale crediamo che un certo cinema italiano non sia mai uscito da un realismo benefico che non è il naturalismo fine a se stesso o peggio ricostruito (in verità praticato da tanti e spacciato per opera dotata di sincerità espressiva), ma un provvidenziale bagno dentro un reale sfuggente che solo il cinema può fermare.

Di certo non siamo alle vette di De Sica e Zavattini che hanno lavorato instancabilmente sull’umano, prima che l’umano scompaia secondo annunciate e condivisibili profezie prefigurate da un cinema che si aggrappa alla morale nel vano tentativo di ricostruire l’umano (Sentieri Selvaggi Magazine, n. 13, Nessun futuro Nessun futuro per noi, di F. Chiacchiari). Di questo siamo grati alla coppia di scrittori di averci raccontato noi stessi, di continuare a farlo e di averci lasciato in eredità un’umanità che abbiamo utilizzato, che abbiamo saputo raccontare e che ora sembra allontanarsi nella sequenza più lunga e dolorosa che ci tocca guardare, con gli occhi aperti, prima dell’abisso.