FILM IN TV – Velluto blu, di David Lynch

L’ispirazione venne a David Lynch partendo da suggestioni disparate, immagini sepolte nella mente o emozioni provate ascoltando il brano eponimo di Tony Bennet del 1964: la tentazione che però viene a noi è quella di razionalizzare, esemplificare, accarezzare la superficie, il corpo esteriore del film, un po’ come accade con la Dorothy di Isabella Rossellini, che è prima di tutto un’icona da accarezzare, amare, colpire perfino.

Proviamo allora a stare al gioco, ed esemplifichiamo Velluto blu, ponendo l’attenzione su alcuni dualismi: in primis quello fra la superficie, appunto, così felice, solare e tanto American Way of Life, da non far sorgere mai sospetti circa l’esistenza del sommerso, quell’umore nero che si agita sottotraccia, come gli insetti che si divorano a vicenda tra l’erba del prato. E’ un Male che Lynch inizia a codificare qui, attraverso le forme che poi diventeranno tipiche della sua filmografia noir, si pensi a Strade perdute, Mulholland Drive e, soprattutto, la saga di Twin Peaks, che da Velluto blu pescherà volti, ambienti, situazioni e l’uso ipnotico delle musiche di Angelo Badalamenti. Ma – e qui sta l’altro interessante dualismo – mentre forgia un immaginario che gli sarà riconosciuto come proprio, in realtà Lynch reinventa le forme e i codici del cinema classico e in questo si allinea ai colleghi che negli stessi anni stanno ricostruendo Hollywood: come il John Carpenter di Christine o il Robert Zemeckis di Ritorno al futuro, Lynch riallinea le forme dell’America degli anni Cinquanta a un presente che ha già conosciuto l’emersione del lato più nascosto e oscuro. Il regista plasma l’immagine sfruttando l’orizzontalità del formato Scope per solleticare sempre l’idea di un “alto” e di un “basso”, mentre la fotografia di Frederick Elmes ritaglia ombre sui muri, compone giochi cromatici raffinati e insieme virulenti, che aprono spazi onirici ed espressionisti nella realistica ambientazione suburbana.

Ne viene fuori un’operazione teorica che modernizza l’estetica del noir classico, ponendo il giovane Jeffrey al centro del triangolo formato dalla classica brava ragazza e dalla dark lady che induce alla perdizione. Un dualismo riverberato dai registri narrativi contrapposti, quello, per l’appunto, nero, stretto fra gangster e poliziotti corrotti, e quello invece fiabesco dei pettirossi, in un gioco di rispecchiamenti dove Dorothy (nome che rimanda al Mago di Oz) è stavolta la vittima e non l’eroina della situazione. C’è infatti un nuovo corso che preme, simboleggiato da Frank, il cattivo in puro stile eighties, sboccato, violento, sopra le righe, una scheggia di modernità alla Tony Montana (si riveda Scarface di De Palma) in un contesto classico.

Però, se ci limitiamo a questo, non riusciamo a cogliere lo strano mix di entusiasmo e inquietudine che il film è capace di suscitare a ogni visione, la sua forza lirica data dalla capacità di tenere insieme raffinatezza estetica e fragilità umana dei personaggi: c’è infatti un qualcosa in più, che supera i dualismi e confonde le carte. Il noir resta il genere di riferimento, certo, ma il racconto è pervaso da strani flussi vitalistici, lontani dalla mera operazione teorica: pensiamo a tutta la sequenza del ballo e dell’innamoramento tra Jeffrey e Sandy (con successivo intervento del terzo incomodo Mike, roso dalla gelosia), altra scheggia impazzita di suggestioni da commedia romantica adolescenziale; o quel gusto della scoperta, del rischio e dell’avventura un po’ spielberghiano, che davvero ci fa capire quanto avesse visto lontano George Lucas nel proporre la regia de Il ritorno dello Jedi allo stesso Lynch.

Ecco dunque che i protagonisti mutano pelle in continuazione, sono adulti eppure allo stesso tempo bambini, perché riflettono l’autentico percorso di formazione di Jeffrey, messo letteralmente al mondo da Lynch dopo l’ictus paterno e destinato a percorrere la strada fra Paradiso e Inferno fino a sviluppare la capacità di prendere in mano il proprio destino abbattendo il Male rigurgitato dalla terra. Il che apre il racconto alla più inaspettata delle torsioni, quella che rivela la caratura morale e profondamente umana del cinema di Lynch. Sembra una forzatura eccessiva per un regista da sempre etichettato soltanto come un bizzarro e visionario esteta? Smette di esserlo se ricordiamo l’altra scheggia “non allineata” della filmografia lynchiana, il bellissimo Una storia vera. Qui come lì si tratta di rifondare il mondo per dargli la forma che si riconosce come propria, che poi è quello che il regista, lungo vari registri, ha continuato a fare per tutta la sua filmografia.