FILM IN TV – Via col vento, di Victor Fleming

Frankly my dear, I don’t give a damn”: se nel doppiaggio italiano la celebre frase che sigla l’uscita di scena di Rhett/Clark Gable dalla vita di Rossella/Vivien Leigh e dal suo mondo perduto – Gone With the Wind – suonava beffarda ma moralmente inoffensiva (“francamente me ne infischio!”), non altrettanto facilmente riuscì a infischiarsene il codice Hays che proibiva al capitolo 5 la parola damn. Censura evitata solo per ostinazione e soldi del produttore David O. Selznick che, non volendo rinunciare al frammento incriminato, mandò una lettera a Will Hays in persona per convincerlo dell’ innocenza del damn. Selnick fu costretto a pagare 5000 dollari di ammenda, ma il taglio fu evitato. Per fortuna, quella volta più che il censore poté il produttore che così salvò dalle maglie inquisitorie una delle citazioni sempreverdi della storia del cinema (la migliore battuta cinematografica di sempre secondo l’American Film Istitute) e dimostrò, fino in fondo, chi fosse la vera mente direttiva del grande kolossal in Technicolor.

C’è sempre l’ultima parola di Selznick e la sua visione accentratrice della produzione (“credo che la responsabilità di tutto mi competa”), dietro l’avvicendamento di ben quattro registi sul set di Via col vento George Cukor, Victor Fleming (unica firma della pellicola), Sam Wood e William Cameron Menzies – come dietro la storica guerra di prime donne per il ruolo di Rossella (tra le escluse Katharine Hepburn e Paulette Goddard di Tempi moderni).

hattie mc donald e vivien leigh in via col ventoFilm di record e contraddizioni, Via col vento, storia dell’ amore contrastato tra la cocciuta erede di una piantagione della Georgia e un avventuriero sullo sfondo della Guerra di Secessione, resta per tre decadi campione Usa di incassi, vince 8 Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, attrice protagonista, attrice non protagonista, fotografia, arredamento, montaggio) e regala il podio dell’Academy – paradosso di un film di evidenti premesse maschiliste e razziste – da un lato ad una delle prime eroine melo non più vittime ma artefici del proprio destino, la spregiudicata Rossella di Vivian Leigh, dall’altro ad Hattie MacDaniel, primo Oscar ad un’attrice nera (non protagonista). Bravissima in effetti quest’ultima, nonostante un doppiaggio italiano che accentua la rappresentazione macchiettistica dei neri come “buon selvaggi” domestici attraverso il cliché razzista del nero che parla male. Conformismo ideologico di genere se il sessismo incornicia la componente erotica della storia d’amore, in sintonia con lo spirito del tempo (il film esce nel 1939), e il razzismo è l’ovvio corollario di un grande melo romantico legato, dall’inizio alla fine, all’epica bellica della Secessione vista dall’angolo – rimpianto e perduto – del Sud schiavista.

olivia de havilland in via col ventoE tuttavia Via col Vento è, nella sua classicità monumentale, anche un’opera innovativa se la grassa nutrice di colore si ritaglia un ruolo di primo piano malgrado l’edulcorato contesto da “zio Tom”, mentre il convenzionale tema del sacrificio non si consuma più sull’altare di una muliebre passività eroica, ma attraverso la proposizione di un modello di donna aggressiva, in lotta con le convenzioni come con l’asfissia di un corsetto che ha fatto storia (Cameron lo cita nella Rose di Titanic). Allegorie di questa condizione femminile di claustrofobia/opposizione ai pregiudizi esterni passano anche attraverso alcuni elementi di arredo tipici del melodramma: le pesanti tende della casa di Tara, un relitto della perduta ricchezza familiare sopravvissuto al saccheggio nordista e che Rossella decide di strappare per farsene un vestito di lusso. E la grande scala della casa coniugale alto-borghese su cui si giocano il destino di Rossella sposa e gli snodi narrativi più intensi della sua relazione con Rhett: sono quei gradini che Rhett ascende con in braccio una riluttante Rossella, rompendo per una notte l’astinenza sessuale da lei imposta. In direzione fatale e contraria, la caduta abortiva di Rossella incinta da quella stessa scala. Ed è sempre dall’alto di essa che la donna insegue Rhett nell’intenso finale.

Corali le narrazioni di guerra, le distese di feriti alla stazione, la spettacolare sequenza dell’incendio di Atlanta (interamente girata dallo scenografo William Cameron Menzies). Mentre vira all’arancio la tavola espressionista dei colori nelle scene liriche di ritorno alla terra. Come il “giuramento di Rossella” che chiude il primo tempo, quando il corpo della donna si staglia in un duro controluce di sfida, un attimo dopo essersi accasciato nella posa bestiale della fame. Il dramma ormai è annunciato e, come da tragedia greca, la fine (di una storia e di un mondo) avanza ineluttabile. Lo enfatizza in crescendo il tema di Tara che viene candidato all’Oscar come miglior colonna sonora ma non vince: l’Academy gli preferisce quella de Il mago di Oz, altra pellicola a firma Fleming del ’39 e tratta da romanzo. Il best-seller di Margaret Mitchell trasposto in Via col vento è un’opera fiume come il film omonimo: è dalla sue pagine che vengono, tali e quali, le parole d’addio di Clark Gable che solo la ribellione di un produttore, caparbio almeno quanto la sua eroina, sottrasse all’oblio del Production Code.

Titolo originale: Gone with the Wind

Regia: Victor Fleming

Interpreti: Clark Gable, Vivien Leigh, Olivia de Havilland, Hattie McDaniel, Leslie Howard

Durata: 220′

Origine: Usa 1939

Venerdì 25 dicembre, ore 20.30, Rete 4