FILM IN TV – Vincitori e vinti, di Stanley Kramer

Nel 1961, mentre Gerusalemme processava il contabile di Auschwitz Adolf Eichmann – oggetto due anni dopo di un saggio, La banalità del male di Hannah Arendt, e nel 1999 di un documentario ad esso ispirato (Uno specialista di Eyal Sivan) – Stanley Kramer portava sul grande schermo, con Vincitori e vinti, l’ultima fase dei processi di Norimberga. Sul banco degli imputati non più i grandi registi della Shoà, incarnazione luciferina di quel male radicale (e non banale) in cui la stessa Arendt aveva inizialmente colto il cuore di tenebra del Totalitarismo nazista, ma i loro servi obbedienti per acritica coerenza coi propri incarichi professionali.

burt lancaster in vincitori e vintiDal mediocre burocrate Eichmann, “ritratto di un criminale moderno”, come recita per intero il film di Sivan, a Ernst Janning (Burt Lancaster) di Kramer, brillante “mente legale” del Terzo Reich in cui è possibile intravedere, oltre la finzione cinematografica, il filosofo politico Carl Schmitt: docente di Diritto Pubblico a Berlino, il futuro autore del Nomos della Terra, aderisce nel 1933 al partito nazista a cui offre come Consigliere di Stato alcuni fondamenti teorici (lo “Stato d’eccezione”, il “Grande Spazio” da costruire/occupare) e per questo è arrestato e indiziato a Norimberga di collaborazione in crimini contro l’umanità. Ma le affinità tra personaggio reale e personaggio fittizio finiscono qua, perché Schmitt è processato come intellettuale, Janning come giudice che ha accettato – per viltà, fedeltà al governo, idealità, opportunismo? – persino di condannare a morte un innocente (il benefattore ebreo di una imbolsita ma intensa Judy Garland) o alla sterilizzazione i nemici politici (il terrorizzato testimone Montgomery Clift). Janning resta in silenzio fino all’ammissione finale di colpevolezza; Schmitt si difende per iscritto sia cercando di dimostrare la sua presa di distanza dal nazismo già prima della guerra, sia appellandosi al principio del “nullum crimen sine lege”. Per l’avvocato della difesa Hans Rolfe, primo e ultimo ruolo da Oscar per Maximilian Schell, si tratta di un caso, giustificato, di amor di patria e di marlene dietrich in vincitori e vintiinterpretazione legalistica (e niente affatto kantiana) della giustizia che impone il rispetto della legge esterna anche quando essa confligga con le ragioni della propria coscienza. “Cavilli” per il giudice Haywood, uno Spencer Tracy già malato che siglerà il capolinea qualche anno dopo con un altro classico targato Kramer, Indovina chi viene a cena? Qui è un giudice a fine carriera catapultato dalla modesta provincia americana nei dilemmi del dopo-Auschwitz: il popolo tedesco sapeva? E per sopravvivere è necessario dimenticare o fare tutti i conti col passato (il boccale di birra che è battuto sui tavoli dai tedeschi in festa e che diventa il martello picchiato in aula nell’inquadratura successiva)? E ancora: qual è la responsabilità dei giudici (quattro quelli alla sbarra insieme a Janning) che hanno applicato le leggi naziste? Potevano non sapere la portata disumana della dittatura: il filmato documentario dei campi che dovette scandalizzare pubblico (del processo) e spettatori (di cinema)? E l’eventuale condanna dei giudici avrebbe tolto ogni “brandello di dignità” alla Germania come temevano l’avvocato Rolfe – la cui muscolare performance difensiva è giocata agli antipodi di quella, quasi inibita, dell’avvocato Servatius nel vero processo ad Eichmann – o la signora Bertholt (Marlene Dietrich), vedova di un ex capo militare del regime? Figura costruita in antitesi quest’ultima con le scelte di campo dell’ex angelo azzurro che mai cedette alle lusinghe di Hitler per riportarla a casa dagli States e durante la guerra intratteneva le truppe americane cantando in inglese la “sua” Lili Marlene. Distanza attrice/personaggio che si fa ostentato confronto proprio nell’unica sequenza di connessione tra la Dietrich e la vedova, quando la signora Bertholt spiega al giudice l’originale testo tedesco di Lilì Marlene ascoltata in strada. C’è in essa, e nell’icona rovesciata della Dietrich, tutta l’ambigua malinconia di una Germania da ricostruire le cui macerie contrappuntano costantemente la narrazione principale dentro l’aula del tribunale. Sono tali rovine (reali e simboliche come la svastica che esplode a inizio film) a dare alla riflessione del giudice anche i connotati di un viaggio nella coscienza dei vinti col loro carico di nefandezze volute, ignorate o permesse nella parte (perduta) di vincitori.

montgomery clift in vincitori e vintiDiscessus negli inferi della grande Storia che si fa ad un tratto meta-cinema per poter sondare (e giudicare) le alternative mancate della “piccola” storia: “se questo fosse un film” dichiara Spencer Tracy alla Dietrich, tra il vecchio giudice e la vedova ci sarebbe ancora lo spazio di un’amicizia tardiva. Ma in mezzo c’è l’emergere di un “orrore” che interroga le responsabilità di tutte le parti (Hiroshima come i vantaggi degli industriali americani dalla Germania nazista) rimescolandole anche allo spettro della Guerra Fredda. E soprattutto, come rivendica da subito la difesa Rolfe, alla luce di un giudizio sulla “natura umana” dell’imputato Janning. Quella stessa human condition peculiarmente “unica” che Hannah Arendt, ebrea tedesca scampata alla Shoà, dichiarò di voler rifondare, dopo la massificazione distruttrice dei campi, con una domanda sul “chi” che emerge solo dalle azioni individuali e che l’avvocato Rolfe tentò invano di far scaturire dal “cosa” – titoli accademici e compiti che delineavano la figura professionale e quindi generica di Janning – . La risposta per bocca del giudice – nell’ultimo confronto in carcere col condannato che vorrebbe almeno accreditarsi come persona che, pur non potendo non sapere la deriva ingiusta del regime, ne ignorava la (dis)misura – è un elogio (involontariamente ma azzeccatamente arendtiano) di Vita activa e insieme uno dei più bei finali di storia del cinema: “Dovevate capirlo la prima volta che condannaste un uomo, sapendolo innocente”. L’Oscar allo sceneggiatore Abby Mann ci sta tutto.

Titolo originale: Judgment at Nuremberg

Regia: Stanley Kramer

Interpreti: Spencer Tracy, Maximilian Schell, Burt Lancaster, Marlene Dietrich, Richard Widmark, Montgomery Clift

Durata: 178′

Origine: Usa 1961

Genere: drammatico

Mercoledì 20 gennaio, ore 21.15 TV 2000