FILM IN TV – Yakuza, di Sydney Pollack

Incastonato alla perfezione in quello che può tranquillamente definirsi il periodo migliore di Sydney Pollack, quello che va da Non si uccidono così anche i cavalli? (1969) fino a I tre giorni del condor (1975), Yakuza è il grande film di un grande regista che come pochi altri ha saputo raccontare l’America degli anni Settanta. Eppure, ancora oggi, Yakuza sembra essere uno dei suoi titoli più colpevolmente ignorati e dimenticati, fatta eccezione ovviamente per chi lo ha visto ed amato sin dal primo istante. Forse perché non possiede quella connotazione liberal così palese in Corvo rosso non avrai il mio scalpo e I tre giorni del condor, la lucida spietatezza di Non si uccidono così anche i cavalli?, il romanticismo di Come eravamo. Manca quindi, in definitiva, quella componente in grado di inserirlo alla perfezione nell’immaginario collettivo di un’epoca, quella della New Hollywood, così desiderosa di cambiamenti e novità, così ardentemente proiettata verso il futuro. Perché, in fin dei conti, Yakuza è un film che guarda al passato: eppure, lo si può affermare tranquillamente, è un capolavoro. Forse, il capolavoro di Sydney Pollack. Che guarda al passato, è vero, ma  perché i suoi protagonisti appartengono a un mondo che non esiste più oggi, figurarsi allora: un mondo in cui i concetti di amicizia, onore e lealtà trascendevano da tutto il resto, a partire dalle conseguenze delle proprie azioni ("sarà anche inutile, ma non è un gesto: è un atto", sottolinea Robert Mitchum davanti all’amico Ken Takakura). Harry Kilmer è un ex poliziotto che si reca a Tokyo per rendere un favore ad un amico, al quale un potente boss della yakuza ha rapito i figli per una vendetta personale. Kilmer conosce bene il Giappone, perché durante l’occupazione visse un’intensa storia d’amore con Eiko, dalla quale dovette separarsi per volere del fratello Tanaka. Quest’ultimo però non ha mai dimenticato che fu proprio l’amore di Kilmer a salvare la donna da un destino inglorioso, e in virtù di questo antico legame (il michi) accetterà di aiutare l’amico americano nella sua pericolosa impresa.

 

robert mitchum in yakuzaMai il cinema americano è riuscito così bene nell’impresa di guardare a una cultura lontanissima con tale rispetto e reverenza: Yakuza è innanzitutto la storia di un uomo che contempla un mondo diverso dal proprio, e non lo comprende; la storia di un avvicinamento a una realtà fatta di ritualità precise e dotate di significato, di cause e conseguenze che costruiscono un intreccio via via sempre più elaborato e impossibile da decifrare, se non si coglie il profondo legame che si instaura tra i personaggi. E dinanzi a questa complessità è solamente attraverso il significato dell’amicizia, assoluta e universale, che il protagonista capisce di poter sopravvivere: così, mentre il noir si trasforma progressivamente in western, Yakuza compie la propria bellissima opera di avvicinamento tra oriente e occidente, con la consapevolezza che le differenze non saranno mai superate, ma che il valore di un sentimento nobile e comune come il legame che può instaurarsi tra due uomini è più forte e resistente di qualsiasi distanza, geografica o mentale che sia. Un film immenso e monumentale, capace di commuovere fino alle lacrime: si guardi alla smorfia di Mitchum nel momento in cui capisce che non può rifiutare la richiesta di aiuto dell’amico, all’inizio; oppure il suo sguardo quando esce dal locale della donna amata, ripreso dal basso, mentre sullo sfondo un’insegna luminosa si spegne. O ancora, la tensione sottesa tra Eiko e Tanaka, il modo in cui guardano l’amata figlia Hanako, il destino crudele e il tradimento, l’onore e il rispetto. Merito anche della stupenda sceneggiatura di Paul Schrader e Robert Towne, che non tende mai a semplificare, quanto piuttosto ad allargare il mosaico di relazioni umane intorno alla figura di un protagonista stanco e solitario: un cowboy che ha già vissuto, ma che non per questo è intenzionato a farsi da parte.