Filmare il nemico. Silvia Luzi e Luca Bellino per #SentieriSelvaggi30

“Non rinneghiamo la definizione di cinema militante, anzi: il nostro è un cinema volutamente militante. Il cratere è ancora più militante di Dell’arte della guerra.” Risponde così Silvia Luzi quando all’incontro con gli studenti di Sentieri Selvaggi dello scorso venerdì 20 aprile, viene chiesto a lei e a Luca Bellino se per Il cratere (presentato alla SiC di Venezia74) si siano ispirati al cinema di Alberto Grifi. “Sicuramente non ci sono citazioni“, dice Luca Bellino, “però si può dire che condividiamo le stesse esigenze espressive dell cinema italiano di quegli anni“.

Anche se il termine militante viene ripetuto solo una volta durante tutto l’incontro, è evidente che il cinema dei due registi è fortemente legato al concetto di lotta, ad una necessità di ribellione contro il padrone, in qualsiasi forma esso si manifesti.

Partendo da una clip de Dell’arte della guerra (storia dei quattro operai della fabbrica Inse di Milano che, per impedire lo smantellamento dei macchinari e la chiusura della fabbrica, si arrampicarono su un carroponte) i due registi parlano di un’inquadratura ricorrente nei loro film, che Bellino stesso definisce azzardata: l’uso di primi piani invadenti, di quadri colmati dai volti, come quando l’operaio Enzo, riempie lo schermo e parla della della  guerra al padrone. “Con i primi piani Dell’arte della guerra” spiega Luca Bellino “noi cercavamo una vicinanza al personaggio che impedisse allo spettatore di distrarsi, perché le parole di Enzo avevano un peso fortissimo, veicolavano l’idea che per vincere la guerra sociale c’è bisogno di un esercito, con le regole e con la sua disciplina. In quel caso il primo piano era necessario per mettere in primissimo piano le parole.”
La militanza quindi è inevitabilmente legata alla disciplina, a delle regole necessarie per la lotta, che emergono stilisticamente anche nel lavoro dei due registi: “In Dell’arte della guerra“, continua Silvia Luzi, “l’idea del controllo e di disciplina era evidente anche stilisticamente, soprattutto con le inquadrature immobili, ferme come dei quadri. E il compimento dell’idea di lotta e controllo, c’è anche ne Il cratere perché invece della lotta al padrone c’è il riscatto sociale, che poi in realtà è lotta al padrone ugualmente. Rosario porta avanti una sua lotta e il suo mezzo è Sharon, a cui deve imporre una disciplina, perché è l’unico modo per raggiungere l’obiettivo.
Ne Il cratere”, continua Bellino, “l’uso del primo piano invece, era necessario per far si che lo spettatore rimanesse sempre con i personaggi fino al momento della scelta dei personaggi stessi. Per noi che giriamo questo bisogno è evidente perché è anche la nostra scelta, ma è importante che arrivi anche agli spettatori. Il primo piano ci serve per condividere con gli spettatori i nostri pensieri e quegli degli attori. E la scena successiva alla scelta per noi è sempre la conseguenza della scelta stessa”-

 

A questo punto dell’incontro entra in gioco l’importante concetto di scelta, così legato a quello di militanza. Certo è che sul piano stilistico, con l’avvento del digitale nel cinema, abbiamo a che fare con un minor controllo dell’accumulo delle immagini, proprio per questa possibilità di riprendere all’infinito. Ma in questo senso come cambia la scelta delle immagini? “Prima di iniziare a girare”, spiega Silvia Luzi, “noi abbiamo già tutto storyboardato, è tutto già scritto. Non sentiamo il bisogno di accumulare materiale perché la scelta è già fatta. Il suono, i movimenti di macchina, tutto è già deciso prima, le scene le proviamo per quattro giorni prima di girare. La bellezza del digitale non è l’accumulo ma bensì la leggerezza dei movimenti, una certa libertà donata al regista.
Diciamo“, continua Bellino, “che il digitale equivale al pennello per la pittura, a quella leggerezza del gesto. L’errore che hanno fatto molti all’inizio del digitale era credere innanzitutto che si poteva raccontare la realtà col digitale e poi una certa euforia legata all’accumulo. La nostra generazione di registi ha capito davvero come usarlo.

La libertà dei movimenti, la possibilità di lavorare come e quando si vuole, senza essere legati necessariamente a una troupe o a una produzione, tutte queste possibilità rientrano nel rifiuto di un’autorità soprastante. Ma il padrone è ripreso? E come è ripreso, come viene rappresentato? “In Dell’arte della guerra ad esempio il padrone non viene mai ripreso” spiega Silvia Luzi. “Il padrone è il nemico e non c’è mai nei nostri film, non direttamente. Ne Il cratere c’è, è Rosario, ma fra lui e Sharon c’è sempre un gioco di specchi. Filmare il nemico in un certo senso significa legittimarlo. Comunque da quel punto di vista lavoriamo molto sul suono, l’ambiente circostante ne Il cratere e i suoni della fabbrica in Dell’arte della guerra. La critica all’epoca Dell’arte della guerra disse che era ingiusto non filmare la controparte, il padrone rispetto agli operai. Ma in entrambi i nostri film si sta parlando di un odio sociale, non di una persona specifica.”
“E poi noi abbiamo fatto una scelta”, 
continua Luca Bellino, “secondo me l’idea di restituire più punti di vista nel cinema è sempre mediocre. L’autore fa sempre una scelta. E in entrambi i nostri film noi abbiamo scelto stare sul luogo, di restituire l’ossessione, di riportare l’oppressione.

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IL CRATERE – Silvia Luzi e Luca Bellino per #SentieriSelvaggi30 (riprese di Luca Capuano e Riccardo Luisi, montaggio di Luca Capuano) from sentieriselvaggi30 on Vimeo.

Il primo piano e la predominanza del suono presuppongono sempre uno sfondo che non si vede, un’immagine sfocata, in certi casi del tutto mancante. In questo senso, le riprese a circuito chiuso ne Il cratere, rappresentano il culmine di un’immagine che non c’è: la costante ripresa della realtà che è comunque sempre manchevole, perché impossibile da restituire pienamente, costituita per di più di punti morti, nascosti: “Per noi“, spiega Silvia Luzi, “la sgranatura dell’immagine, il fatto che allo spettatore non sia concesso di vedere tutto è un modo di dargli libertà, la libertà dell’interpretazione”. Altro punto politico, quasi come se la presenza costante dell’immagine fosse inevitabilmente dittatoriale, mentre un’immagine sfocata libera lo spettatore dal sua peso e al contempo gli si concede nelle sue infinite possibilità. I primi piani di Rosario e Sharon oscurano il contorno, sfocato e lontano ma al contempo forte e chiaro. Silvia Luzi parla ancora di libertà quando racconta come quel cortocircuito tra vero e falso presente ne Il cratere nasca già in scrittura: “Lo spettatore non sa se quello che sta guardando sia vero o falso, se è recitato oppure sta accadendo nella realtà. E questo noi lo scegliamo ancora una volta per dare allo spettatore libertà di scelta“.
Anche perché il realismo“, dice Bellino, “va totalmente costruito“.

 

E quando si parla del rapporto con gli attori, i due registi sono decisi nel criticare un certo modo di lavorare nel campo dei documentari, ossia quando si decide di creare un rapporto di fiducia, che comunque compromette la libertà dell’attore: “Nel rapporto di fiducia c’è una forma di ipocrisia, una sorta di rapporto di sudditanza fra io che ti filmo e te che vieni filmato. Noi cerchiamo molto di più un rapporto di collaborazione e infatti in Dell’arte della guerra abbiamo coinvolto i quattro operai, cercando di coinvolgerli anche con dei trucchi, ingannandoli ogni tanto. Anche perché è ovvio che in un rapporto non di sudditanza puoi perdere gli attori. L’operaio Fabio non voleva assolutamente essere ripreso e abbiamo dovuto fargli credere che non avremmo più fatto il film. E può succedere che il film alla fine non venga fatto. Abbiamo altri lavori nel cassetto, non sappiamo se si vedranno mai, ma va benissimo così“.
E anche ne Il cratere, ci spiega Silvia Luzi, c’è stato un rapporto di collaborazione con Rosario, che infatti compare nei crediti della sceneggiatura: “L’unica battuta ilare di tutto il film è di Rosario. Quando hai a che fare con due attori non professionisti è importante fare un lavoro di formazione sul senso di quello che stanno facendo, solo così possono entrare nel personaggio. Rosario ad un certo punto ha iniziato proprio a metterci del suo, perché i dialoghi che inventava gli servivano per creare e entrare meglio nel suo personaggio. Rosario è stato molto presente, ci ha dato dei filmini di Sharon da piccola, che sono quelli presenti nel film, e addirittura ogni tanto stoppava la scena da solo dicendo ‘posso essere ancora più animale’.”

Verso la fine dell’incontro si parla del pubblico, e della libera interpretazione de Il cratere: “La parola che sentiamo di più è sorpresa, perché non si aspettano un film del genere, sono sempre convinti di vedere la solita storia trash sulla musica neomelodica. Pensate che abbiamo fatto vedere il film a Tokyo e l’accoglienza del pubblico è stata incredibile, hanno subito capito il senso del film, perché non hanno il nostro background, la nostra visione di Napoli che è sempre legata ad uno stereotipo. Già solo per Dell’arte della guerra abbiamo avuto problemi con la Fiom, perché respingeva l’idea di ribellione dal basso…
La lotta e la ribellione dal basso, la cui bellezza e potenza viene restituita a pieno dalle scelte (stilistiche e non), sembra essere il compito più importante dei due registi, il senso ultimo del loro cinema militante.


(le foto nell’articolo sono di Michele Bordon)