“Final Destination 5”, di Steven Quale

 Final Destination 5
Final Destination è sempre stato un marchio in grado di assicurare ricerca & sviluppo, eppure nelle mani di Steven Quale (collaboratore di James Cameron) il tutto si riduce a un esercizio di stile privo della generosa artigianalità del precedente episodio. Non più macchina celibe ma meccanismo coatto destinato alla riproduzione del “già visto”, come nel finale, autentico capolavoro di marketing. E anche il comparto tecnologico sembra cominciare a mostrare la corda

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Final Destination 5 di Steven QualeUna delusione. Più che una saga, Final Destination è sempre stato un marchio in grado di assicurare ricerca di nuovi dispositivi, sviluppo di forme cinematografiche e lavoro sui meccanismi della suspense, una macchina celibe congegnata da un Chuck Jones per farci rivivere tragedie come quella di Hillsborough (la sequenza di apertura del quarto capitolo) o addirittura preconizzarne altre (l’incidente aereo che nel primo film anticipava l’11 settembre da una prospettiva interna, girato da un James Wong mai più a quei livelli). Nelle mani di Steven Quale, co-regista insieme a James Cameron di Aliens of the Deep e regista della seconda unità di Avatar e Titanic, la migliore trasposizione cinematografica delle avventure di Wile Coyote e Beep Beep si riduce purtroppo a un esercizio di stile privo della generosa artigianalità del David Richard Ellis di Final Destination 4, che si avvaleva per altro dei trucchi di Nicotero & Berger. E anche il comparto tecnologico sembra cominciare a mostrare la corda: la mdp Arri Alexa, ad esempio, per quanto superiore in termini di pixel a Thomson Viper FilmStream, Sony CineAlta e Panavision Genesis, non riprende nativamente in 3D ma quest’ultimo è stato aggiunto in post-produzione, al contrario del precedente episodio in cui si faceva uso della Fusion Camera ideata da James Cameron e Vince Pace. Quello di Final Destination 5 è dunque un meccanismo coatto, sia nel senso italiano che in quello più strettamente romanesco, destinato cioè alla riproduzione del “già visto” come nella prima sequenza, piena sì di spunti interessanti, vertigini cameroniane e morti ingegnose, ma già girata da Mark Pellington nel suo The Mothman Prophecies con mezzi più modesti e il plusvalore marxiano di un Richard Gere ai massimi storici. Il finale, poi, autentico capolavoro di marketing (aggancio al capostipite in puro stile Paranormal Activity 2 e possibilità di ulteriori sequel inalterate), sembra confermarlo del tutto, come a dire: la morte, al cinema, non può che essere un déjà-vu.
P.S. Jacqueline MacInnes Wood non è Gianna Michaels.

Titolo originale: id.
Regia: Steven Quale
Interpreti: Emma Bell, Miles Fisher, Jacqueline MacInnes Wood, Nicholas D'Agosto, Tony Todd, David Koechner, Courtney B. Vance, Arlen Escarpeta, P.J. Byrne, Tim Fellingham, Ellen Wroe
Origine: USA, 2011
Distribuzione: Warner
Durata: 95'

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