Fine di una storia, di Neil Jordan

Il film di Jordan è esempio di un cinema affine alla forma di un sentire interiore: storia d’adulterio e dolore, consumata in un “eterno ritorno” di punti di vista. Stasera, ore 23, Paramount Channel

«Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe potuto mai smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte».

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TRIESTE SCIENCE+FICTION FESTIVAL


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(Marguerite Duras, L’amante, Feltrinelli)

Una lezione inequivocabile traspare attraverso la soffice stoffa della quale è rivestito un film elegante come Fine di una storia: che la restituzione oggettiva di una realtà filtrata attraverso l’occhio meccanico non sia un dato della visione in sé indubitabile; bensì quell’occhio sia molto più affine alla forma di un sentimento, conforme al punto di vista dello sguardo di chi sente e viene sentito. Il cinema, dunque, diventa in questa sede spazio e tempo dell’amore: intervallo nel quale si consuma il reale per lasciare spazio a ciò che lo trascende; entr’acte del sentire interiore.

Neil Jordan, al culmine di una carriera che lo ha visto imporsi come uno dei registi più interessanti degli anni Novanta (La moglie del soldato, Intervista col vampiro, Michael Collins), riprende la storia d’adulterio e dolore firmata da Graham Greene, The End of the Affair (1951), già oggetto di una prima trasposizione al cinema da parte di Edward Dmytryk dal titolo La fine dell’avventura (1955). Jordan – prolifico narratore egli stesso, nonché Premio BAFTA per questo lavoro di sceneggiatura – ne fa, però, un prodotto d’emancipazione letteraria, consapevole che la voice over iniziale verrà incanalata tra i tessuti di un’immagine interiore; che il tempo passato riavvolto in flashback non rimarrà semplice ricordo, ma groviglio avviluppato di desiderio e rimpianti.
Il cinema, dunque, con tutte le sue potenzialità proprie, racconta da sé la fine di una storia, riproducendola in un “eterno ritorno” di punti di vista, immagini-intermezzo che raccontano senza dire la forza eccedente dell’amore.

Londra, 1939. L’attraente scrittore Maurice Bendrix (Ralph Fiennes) conosce casualmente Sarah Miles (Julianne Moore), donna affascinante sposata al monotono ministro degli affari interni Henry Miles (Stephen Rea), oggetto d’indagine da parte di Bendrix per il nuovo romanzo. Maurice e Sarah intraprendono presto una coinvolgente relazione adulterina: l’amore si alterna alle bombe della guerra; le menzogne passano inosservate al marito, consapevole di vivere un rapporto coniugale convenzionale e trascinato stancamente da anni. Maurice e Sarah si separano definitivamente nel 1944, in apparenza per ragioni inspiegabili. Quando Maurice incontra Henry dopo due anni, rientra nella vita della coppia e si affida a un detective (Ian Hart) per scoprire “il segreto” di Sarah.

In un turbine appassionato di memorie e desideri mai sopiti – avvolti nell’atmosfera ovattata di Roger Pratt – , Jordan traccia l’ostico percorso dell’amore attraverso lo sguardo di chi ne è coinvolto: facendo della sua storia un’interrogazione sul vedersi e il vedere i sentimenti (al cinema), e di quelle immagini del passato/presente la distanza prossima nella quale cova ogni sentimento.
L’obiettivo, punto di vista esterno all’amore, è chiamato a riflettere sulle proprie dinamiche e a sbagliarsi a più riprese, quando cerca prove tangibili – le fotografie del detective – e opera calcoli sul presunto tradimento: perché l’amore risiede oltre la causalità, fuori dai margini del visibile narrativo.
Fiennes, perduto tra ricordi opachi e scritti rivelatori, sembra già preparare lo Spider che verrà: in questo disperato cantico di passione e dannazione, dove il miracoloso dell’amore si fa scarto cinematografico, immagine spuria del sentire.

 

Titolo originale: The End of the Affair
Regia: Neil Jordan
Interpreti: Ralph Fiennes, Julianne Moore, Stephen Rea, Ian Hart, Jason Isaacs, Sam Bould, James Bolam
Durata: 102′
Origine: Gran Bretagna, USA, 1999
Genere: drammatico

 

Stasera, ore 23, Paramount Channel

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