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Fino alla fine del mondo, di Wim Wenders

Un viaggio infinito attraverso un universo che non sembra più avere immagini originali da offrire fotografato splendidamente da Robby Müller. Il vero film è in questo director’s cut. Al cinema da oggi

“In my dreams I was drowing my sorrows

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but my sorrows they learn to swim...”

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Prima di questo film l’assunto principale del cinema di Wim Wenders era manifesto: il viaggio era un dimenticarsi di sé e riuscire a guardare il mondo con la purezza degli occhi di un bambino. Ma fra il road movie esistenziale alla Sam Shepard di Paris, Texas (1984) e le filosofie umanistiche di Peter Handke de Il cielo sopra Berlino (1987) sembrano invece essersi formate profonde spaccature concettuali.

Siamo nel 1991, è cambiato il contesto storico, è caduto il muro di Berlino. Non solo il viaggio attraverso un mondo globalizzato non lascia il tempo per soffermarsi sul senso dei luoghi (a sense of places), ma l’eccesso di immagini della nostra società ci rende paradossalmente ciechi, tutti ripiegati in un narcisistico osservarsi attraverso l’ultimo dispositivo tecnologico (viene subito da pensare ad una profezia sull’avvento degli smart-phone). Wim Wenders e l’allora compagna Solveig Dommartin scrivono a quattro mani un soggetto (con origini dal 1977 dopo un primo viaggio del regista tedesco in terra australiana) che contrappone una realtà fatta di velocità (il frenetico errare dei personaggi tra Venezia, Parigi, Berlino, Lisbona, Mosca, Kiev, Pechino, Tokyo, San Francisco) alla necessità della lentezza di una meditazione (l’approdo in Australia) proprio quando la fine del mondo è vicina per la caduta di un satellite indiano fuori controllo.

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Tra il director’s cut attuale di 287 minuti e l’allora versione di 158 minuti presentata in Usa la differenza è abissale. E non sorprende il flop al botteghino perché molte delle scene eliminate nella short cut sono essenziali per capire il falso movimento dei personaggi, le loro psicologie conflittuali e soprattutto l’approdo al continente australiano dove l’opera si ripropone una ricerca di senso: recuperare quel tempo perduto attraverso immagini seriali riprodotte freneticamente da microcamere ad alta definizione digitale.

Il filo conduttore di questo viaggio non è la ripresa cinematografica ma la narrazione (scritta e orale) accompagnata dalla musica. In principio era il Verbo ma alla fine non ci sarà l’immagine. Considerando che nella versione tagliata manca la voce del narratore Eugene e interi pezzi musicali sono saltati, le quattro ore e quaranta riproposte da Wim Wenders sono quelle che restituiscono allo spettatore l’esperienza di una danza intorno al pianeta di individui perduti nel labirinto delle loro anime.

La lost girl Claire (Solveig Dommartin), lo scrittore Eugene (Sam Neill) e l’oftalmologo Sam (William Hurt) si inseguono attraverso il globo con tutti i mezzi di trasporto. La parte comica è impersonata dal detective strampalato Winter (Rüdiger Vogler), una parodia di Sam Spade e Philippe Marlowe. L’obiettivo di Sam è accumulare più immagini possibili con un dispositivo inventato dal padre Henry (Max von Sydow) per potere ridare la vista alla madre cieca (Jeanne Moreau). Ma è proprio l’eccesso di immagini e il portare a galla memorie rimaste sepolte che creano un danno irreversibile nella mente di chi utilizza il dispositivo. La follia si manifesta in un urlo incessante di uccelli mentre ci si nasconde negli anfratti della terra spazzata dal vento nucleare.

Ci vorrebbe un ponte per tutta questa solitudine (Il suffirait d’un pont è il titolo di un cortometraggio del 1998 diretto da Solveig Dommartin). La soluzione sta nel ritornare ad uno stato primordiale, una nuova creazione dopo la fine del mondo, guidati dai canti dei pigmei africani e curati dalla prosa letteraria (i libri di Goethe e Walt Whitman sono spesso in mano rispettivamente a Claire ed Eugene). La unicità dell’opera risiede nell’utilizzo della colonna sonora come metronomo emotivo, ogni pezzo ha un testo e una musica che sostituisce i dialoghi e crea una perfetta armonia con il ritmo della narrazione. La prima parte, più caotica, inizia a Venezia con Claire letteralmente immersa nel video dei Talking Heads Sax e Violins e segue la sua fuga in Francia e l’incidente in macchina attraverso le note di Summer Kisses Winter Tears di Elvis Presley e Move with me di Neneh Cherry. Ogni tappa ed ogni città attraversata ha la sua playlist d’autore. Per esempio a Tokyo, mentre Sam sta diventando progressivamente cieco sentiamo Nick Cave e la sua I’ll Love You (Until the End of the World); a San Francisco ci godiamo Lou Reed con What’s Good, i Rem con Fretless e gli U2 con Until the End of The World. I tre protagonisti continuano ad inseguirsi  anche se l’amore appare come una scala con un piolo rotto e l’unica soluzione è fermare il tempo nel momento magico dell’innamoramento: “Non ti chiedo di amarmi sempre così ma ti chiedo di ricordartelo. Da qualche parte dentro di me ci sarà sempre la persona che sono stasera.” è una citazione da Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald.

La vetta viene raggiunta in due scene australiane: nella prima, dopo l’incidente nucleare del satellite indiano, Sam e Claire vagano tra le splendide inquadrature del deserto australiano sulle note di The Blood of Eden di Peter Gabriel; nella seconda, mentre Jeanne Moreau sperimenta l’inutilità del dispositivo visivo di fronte all’approssimarsi della morte, un complessino improvvisato con Eugene al piano e Claire voce solista commuove i presenti con una versione catartica di Days di Elvis Costello. Il momento, intensificato dalle significanti parole della canzone, entra di diritto nell’immaginario collettivo cinematografico.

Fotografato splendidamente dal genio delle luci Robby Müller, Fino alla fine del mondo è un viaggio infinito attraverso un universo che non sembra più avere immagini originali da offrire. È l’Infinite Jest di Wenders in forma di videoclip che frammentano la narrazione portando lo spettatore ad una riflessione sull’effetto delle innovazioni tecnologiche sulla nostra realtà interiore. La terra vista dallo spazio sembra anestetizzare per un momento la lingua perduta della nostra infanzia. Ma nei sogni e in parte dei nostri ricordi, immagini sfocate e puntiformi ci rammentano che i dolori che cerchiamo di affogare sanno nuotare.

 

Titolo originale: Bis ans Ende der Welt
Regia: Wim Wenders
Interpreti: William Hurt, Solveig Dommartin, Sam Neill, Max von Sydow, Jeanne Moreau, Eddy Mitchell, Rüdiger Vogler, Chick Ortega, Amália Rodrigues, Rhonda Roberts, Justine Saunders, Chishû Ryû
Distribuzione: CG Entertainment
Durata: 287′ (versione director’s cut restaurata in 4K)
Origine: Germania, Francia, Australia, USA, 1991

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
4.67 (3 voti)

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