Fiore, di Claudio Giovannesi

Un’opera esemplare. Dove il canone nostrano ci ha abituati alla saturazione retorica, Giovannesi risponde con un senso del ritmo e dello spazio essenziali

Portentosa conferma del talento dietro la mdp di Claudio Giovannesi, Fiore è un’opera esemplare per il cinema italiano, modello di equilibrio tra i diversi piani del racconto che dovrebbe essere studiato e tenuto bene a mente dai troppi nostri cineasti dell’eccesso iperrealista e dello stile urlato e scomposto.
La messinscena adottata da Giovannesi dimostra una lucidità nelle scelte formali ed estetiche in grado di mantenere sempre rilevante ogni frammento di una storia altrimenti ripetutamente sul bilico dell’esondazione di emozioni: dove il canone italiano ci ha abituati alla saturazione retorica, Giovannesi risponde con un senso del ritmo e dello spazio essenziali e sorprendenti anche per chi ne ama lo sguardo sin dai documentari come Wolf.

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L’oramai classico inserto con canzone di Vasco, la passeggiata sulla spiaggia, il ballo di Capodanno, l’addio della coppia di detenute lesbiche o la corsa della fuga sono istanti che il regista racchiude in tagli di montaggio netti e precisissimi, giusto un attimo prima di perdere la coerenza dello stile e la pregnanza dello sguardo.
Una struttura così minimale deve potersi basare su immagini in grado di veicolare allo spettatore tutta l’umanità struggente di cui questi personaggi si fanno portatori, e la scelta di Giovannesi di rimanere spesso stretto sui primissimi piani incornicia i volti potenti del cast, che svelano cosi tutto quello che nei dialoghi spesso viene apparentemente negato (la meravigliosa scena con il padre nel bar notturno di fronte alle slot machine).
E’ cosi che funziona quando vuoi farti rispettare in un carcere minorile femminile come quello in cui finisce la protagonista Daphne: bisogna mostrarsi duri e corazzati ai sentimenti, anche quando Josh del penitenziario maschile proprio di fronte alla finestra della tua cella diventa prima il destinatario di uno scambio epistolare clandestino, e poi l’amore con cui sognare una libertà di coppia felice.

Giovannesi conferma la sua sensibilita’ nel lavoro con gli attori non professionisti gia’ vista in Alì ha gli occhi azzurri, e aggiunge qui una notevole capacità di girare in spazi angusti e strettissimi reinventando continuamente movimenti e punti di vista della mdp, grazie ai funzionali pianosequenza di Daniele Ciprì, che esplicitano una certa ambizione dal punto di vista cinematografico che il regista non nasconde neanche negli aperti riferimenti cinefili intrecciai tra le sue inquadrature (Audiard, Truffaut, Mike Nichols?…).

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Tutta l’anima dell’operazione è però contenuta probabilmente in un solo sguardo dolente di Valerio Mastandrea, ancora una volta figura centrale, produttivamente e iconicamente, per il nostro cinema giovane e migliore: la caratterizzazione che l’attore dona al personaggio galeotto e disastrato del padre di Daphne racchiude il piccolo miracolo di riuscire a raccontare un’intera esistenza nella manciata di scene che gli sono concesse, e il rapporto tra l’uomo e la ragazza si accende di una musicalità luminosissima, la stessa che il film raggiunge in quegli sprazzi di spensieratezza accompagnati da repertorio pop italiano, come quel ballo su Maledetta primavera che svela il senso di fioritura chiaramente indicato dal titolo, e veicolato nella progressione a mesi e stagioni assunta dalla trama.

 

Regia: Claudio Giovannesi
Interpreti: Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Laura Vasiliu, Valerio Mastandrea
Distributore: B.I.M.
Origine: Italia, 2016
Durata: 109′

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