FIRE (POZAR) – il fuoco di David Lynch

«Dicono che finirà nel fuoco il mondo», recita l’incipit di una celebre poesia di Robert Frost, e chissà che non sia stata d’ispirazione per l’ultimo corto d’animazione creato da David Lynch apparso pochi giorni fa sul web sul suo nuovo canale youtube ma risalente in realtà al 2015; il suo titolo è Fire (Pozar).

Siamo in un teatro, il sipario del misterioso club rétro si apre, pronto per guidarci immediatamente dall’altra parte, letteralmente – chissà – nell’aldilà. Ci si spalanca davanti un mondo in bianco e nero, inquietante, weird, per dirla con Fisher.

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Non è difficile scorgere in questo lavoro la personalissima firma del suo immaginifico creatore, come d’altronde era stato per What Did Jack Do, distribuito lo scorso anno su Netflix. Ma manca all’appello la tazza di caffé fumante perché qui Lynch sembra guardare piuttosto ai suoi esordi. Tra Eraserhead, Six Figures Getting Sick e The Alphabet, le animazioni, curate da Noriko Miyakawa, si presentano come spettri umanoidi bidimensionali ma con una certa matericità in perfetto dialogo con la produzione plastico-figurativa dell’artista: immagini deformate, strascicate, infernali, strambe figure antropomorfe, alla maniera dell’adorato Bacon e di Bosch, ma allo stesso tempo quasi infantili, archetipiche. A metà tra teatro dei burattini e teatro delle ombre, sulle note oscure della colonna sonora composta dal regista stesso in collaborazione col musicista polacco-americano Marek Zebrowski, con cui aveva già lavorato per Inland Empire, inizia lo show: un’apocalissi biblica sembra essere alle porte, una danse macabre che lascia il mondo in balìa del fuoco e delle sue creature.

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E se è vero, come ci fa notare Fisher nel bel saggio in cui ripercorre la cosiddetta vallata freudiana del perturbante, che sipari e buchi sono tra i più ricorrenti motivi visivi nella produzione lynchiana, il fuoco non è certo da meno.

Orfani di Cannes abbiamo da poco ricordato i trent’anni di una delle più controverse, quanto straordinarie, Palme d’Oro: era il 1990 quando Cuore Selvaggio trionfò sulla Croisette, tra qualche fischio. Qui il fuoco è protagonista, come lo è, negli stessi anni, in Twin Peaks e Fuoco cammina con me. Da quello tutto terreno delle sigarette che ardono, a quello mitico – un po’ Prometeo un po’ Vestale -, da quello della passione più wild fino a quello allegorico che ci porta ancora una volta oltre la pesante tenda di velluto rosso, «tra questo mondo e l’altro». Un fuoco che ci chiama a sé.

Forse solo dopo l’incredibile ritorno evento di Twin Peaks 3 abbiamo capito che Lynch va preso in parola.

Quando ci aveva dato appuntamento nella Loggia Nera non gli aveva creduto quasi nessuno, ma poi per fortuna ci siamo dovuti ricredere.

Ebbene, ci aveva avvertito anche questa volta: lo scorso anno una playlist straordinaria è apparsa su Spotify, firmata dai Flying Lotus per Flamagra e David Lynch vi ha preso parte. Indovinate come s’intitola il brano da lui creato? Fire is coming, il fuoco è in arrivo.

L’aveva detto e, ancora una volta, è andata così.

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