Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna, di Greg Berlanti

Il film insegue, un po’ superficialmente, i ritmi di una commedia sentimentale anni ’60. I motivi di interesse sono altrove, negli spunti di un discorso sull’ambiguo rapporto tra realtà e immagini

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Il contesto in cui si muove Fly Me to the Moon è quello della Storia maiuscola, come già dichiarano i titoli di testa, affidati a immagini di repertorio. Sono gli anni concitati alla fine dei Sixties, i tempi delle corse allo spazio e dei viaggi sulla Luna, del Vietnam e dei conflitti sociali e politici, della prima presidenza Nixon e della sua gestione spregiudicata del potere. Insomma, uno sfondo complesso, non immediatamente adatto ai giochi d’amore di una commedia romantica. Il genere, del resto, è passato di moda già da un bel po’. E si riaffaccia ogni tanto solo a patto di pesanti rimodulazioni, di declinazioni particolari che riconsiderano ritmi, regole e convenzioni. O in occasione di episodici ritorni, il cui discorso fondamentale ruota proprio sui segni di un tempo passato (come nel bellissimo Coincidenze d’amore di Meg Ryan). Eppure il film, prodotto, tra gli altri, da Scarlett Johansson e scritto da Rose Gilroy, figlia di Rene Russo e Dan Gilroy, gioca proprio questa carta fuori tempo massimo. Con la regia garbata di Greg Berlanti, subentrato nel progetto dopo un iniziale coinvolgimento di Jason Bateman.

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Kelly Jones è una pubblicitaria pronta a tutto pur di vendere e farsi strada in un mercato e in un mondo dominati, almeno all’apparenza, dagli uomini. Mentire, per lei, è una dote naturale, affinata in un lungo apprendistato di truffe porta a porta. Quindi, nessuno scrupolo quando si tratta di ottenere il risultato voluto. Viene così contattata da un agente governativo, per rilanciare l’immagine della NASA, alle prese con il progetto Apollo 11. Le ricerche aerospaziali, infatti, hanno perso appeal, dopo una lunga serie di fallimenti e dopo che l’opinione pubblica ha spostato la sua attenzione su altre questioni più scottanti, come la guerra in Vietnam. Riportare l’interesse sulla corsa alla Luna, come campo di battaglia ideologico contro la Russia, è una priorità dell’agenda politica di Nixon. Perciò Kelly si ritrova in Florida, tra Palm Bay e Cocoa Beach, alle prese con scienziati, ingegneri e astronauti ben poco interessati al sole, alle spiagge, all’immagine e alla pubblicità. Tra questi, il più ostico è il direttore di volo, Cole Davis, ex pilota tutto di un pezzo, completamente concentrato sull’obiettivo di portare a termine la missione e poco incline agli stratagemmi di marketing e alla diplomazia. Lo scontro tra i due protagonisti è inevitabile, punto di partenza ideale per una guerra dei sessi in piena regola.

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Insomma, è evidente come Fly Me to the Moon insegua i toni, i temi e i ritmi di una commedia sentimentale anni ’60.  E quando un gatto nero che si aggira tra i capannoni del quartiere generale della NASA assume un ruolo decisivo, l’omaggio al genere e a tutta un’epoca del cinema americano diventa addirittura letterale. Come fossimo al cospetto di un tardo Hawks corretto dallo sguardo più cupo di Blake Edwards. Dunque il conflitto, le scintille delle schermaglie d’amore, l’affermazione di una superpotenza femminile contro la goffaggine maschile, l’intervento di un elemento imprevisto che scompagina le cose. Ma anche i segni di un passato doloroso (che a Hawks, sempre straordinariamente puntato sul presente, non sarebbe affatto interessato), la fuga e la maschera come in Colazione da Tiffany… E però non è più quel tempo e quell’età. Siamo lontani da quella rigorosa applicazione di un meccanismo di funzionamento interno, che prima creava vertici di perfezione e poi li metteva sotto pressione, fino al punto di rottura. Qui tutt’al più c’è l’esibizione di una superficie dalle tinte vintage, che rievoca un’apparenza di schemi, situazioni e caratteri, senza però la forza, la necessità e l’interesse di portarli alle estreme conseguenze. Anche se Scarlett Johansson e il concentratissimo Channing Tatum sono una coppia perfetta, accompagnati da uno stuolo di ottimi comprimari, come Ray Romano, Jim Rash, Anna Garcia e, soprattutto, un Woody Harrelson irresistibilmente mefistofelico (non a caso tocca a lui danzare sulle note di Fly Me to the Moon di Sinatra, verso il finale).

Se nelle dinamiche della commedia Greg Berlanti non va molto al di là di una corretta applicazione di formule, i motivi più interessanti del film sono altrove. In quegli spunti di un discorso teorico, evocati dalle finte riprese dell’allunaggio. È una trovata che gioca sul celebre mito complottista (con tanto di Kubrick chiamato in causa), per riportare all’urgenza di una riflessione sul rapporto tra la realtà e le immagini, sul loro potere manipolatorio, sulle contorte ragioni del potere politico ed economico, della propaganda su cui proliferano le fake news. A essere messa in discussione è soprattutto la nostra incapacità di comprendere e decifrare le ambiguità della visione. Come nella lunga, decisiva scena in cui nessuno si rende conto se le immagini trasmesse in TV siano quelle dell’allunaggio vero o finto. Fino a che non interviene l’imprevisto della realtà, quello che manda all’aria l’ossessione profondamente cinematografica (e industriale) del controllo totale del set e dell’azzeramento del rischio.

Titolo originale: Fly Me to The Moon
Regia: Greg Berlanti
Interpreti: Scarlett Johansson, Channing Tatum, Woody Harrelson, Jim Rash, Anna Garcia, Ray Romano, Noah Robbins, Colin Woodell
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 132′
Origine: USA/UK, 2024

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3
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Il voto dei lettori
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