For the Sake of Peace, di Christophe Castagne e Thomas Sametin

Prodotto da Forest Whitaker, un documentario ambientato in Sudan incolore e incapace di trasmettere il vero suono del dramma o della speranza. Séances Spéciales.

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Le ragioni della guerra restano sempre le stesse, il potere e la sete di dominio, e quanto successo nel Sudan del Sud non fa eccezione. Il sanguinoso conflitto civile ha lasciato un’eredità di sangue e rancore, e l’odio è componente da considerare per approntare un piano per il futuro. L’anno è il 2016. Forest Whitaker, che riceverà la Palma d’oro onoraria, veste i panni principalmente del produttore per trasmettere una piccola parte delle conseguenze del conflitto, il seguito di una faida tribale, generata dal clima generale di instabilità politica, con un governo incapace di controllare il territorio, e scatenata nello specifico dalla primaria contesa di bestiame e pascolo, segno di prosperità e sostegno, anche in vista di un progetto familiare. Due comunità adiacenti, ma già ad esempio divise dalla lingua e vittime di un pregiudizio reciproco, basato su accuse generiche, dalla sconvenienza alla malasorte.

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Il documentario segue due protagonisti, di etnia diversa, ma legati da parentela. Nandege è una mediatrice di pace, Gatjang è un rifugiato ed allenatore di calcio. E li pone al centro di un’iniziativa per spegnere la discordia che vede coinvolte le Nazioni Unite e i suoi portavoce, spesso personaggi di grande notorietà nel mondo dello spettacolo, ma soprattutto e direttamente la Whitaker Peace and Development Initiative (WPDI), una ONG creata nel 2012 che investe in progetti educativi per i giovani che vivono in regioni colpite da violenze o conflitti come Sud Sudan, Uganda, Messico, Stati Uniti, Sud Africa. Tratteggia singolarmente i caratteri, caldeggia le iniziative di intesa, e così man mano rosicchia la distanza tra le parti. Spinge la storia ad un culmine, l’incontro utile ad appianare i dissidi, e lì finalmente cattura i volti diffidenti, gli sguardi corrucciati ed anche l’imbarazzo della circostanza. Con gli occhi puntati addosso viene fuori l’orgoglio prima, poi la responsabilità di non deludere le attese. Il racconto procede con la narrazione orale ed intanto osserva i dettagli di una violenza rimasta parte tangibile della realtà, portata a spalla con le sembianze di un Ak47. E lancia un messaggio di auspicio oltre la vendetta, oltre quelle promesse di una gerarchia politica e militare altamente inaffidabile.

La forma strutturale del film sconta però uno stanco ripetersi, scivola sugli argomenti ma non riesce a imprimere una visione. For the Sake of Peace manca di mordente e assume l’aspetto di un video promozionale di beneficienza. E non aiutano le musiche studiate a tono, eppure avulse dal contesto generale, incolore e incapace di trasmettere il vero suono del dramma o della speranza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5
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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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